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“ANDO’ C’E’ GUSTE”

       

Abruzzesità / 52/

  “ANDO’ C’E’ GUSTE”  

di Armando Gizzi

Le bellezze della vita attraggono sempre e tutti, anche chi non si direbbe e si rifiuta di ammetterlo.

Le belle ragazze, poi, si riesce solo a far finta di non vederle, l’occhio ci va da solo anche quando il pensiero prova ad opporsi. Prova, il pensiero, ma non ce la fa a resistere, neppure un poco, e con gli occhi fa tutt’uno: si fonde e confonde. Tornano entrambi alla realtà, occhi e pensiero, solo dopo aver incontrato, sul proprio percorso, un palo di luce che non ci ha evitato perché non poteva evitarci. Il colpo è secco, deciso, doloroso… tanto doloroso da richiedere urgenti cure, medicazioni e suture, fino ad estorcerci la promessa più assurda: – Giuro che non guarderò mai più donne! Fossero pure bellissime, le ignorerò! – 

E’ un giuramento convinto, fatto a se stesso e nel quale crede anche il poeta, Armando Gizzi, sulmonese. Da noi si narrava di un lupo che, volendo onorare il precetto pasquale, si recò in chiesa per confessarsi. Il frate confessore, che lo conosceva bene, la prima cosa che gli chiese fu se avesse rinunciato davvero ad aggredire pecore e armenti indifesi. Il lupo giurò di essersi davvero pentito, sinceramente pentito, e che mai più avrebbe molestato greggi, pecore e agnellini. Il frate, soddisfatto, ascoltò la confessione e, prima dell’assoluzione, lo invitò a recitare l’ “Atto di dolore”, cosa che il lupo si mise a fare davvero con devozione. A metà preghiera si avvertì un leggero suono di campanaccio… Il lupo accelerò di botto la recita dell’ “Atto di dolore” e pregò il frate di concludere velocemente la confessione perché si era ricordato, sul momento, di avere una cosa urgentissima da fare… Gli era tornata la voglia del… gregge!

E così l’uomo: promette, ma, spesso, non riesce a mantenerle certe promesse, soprattutto quanto c’è di mezzo una scintilla, una sola, che può operare il miracolo di tornare a farlo sentire “garzoncello scherzoso”, giovincello, anche se per poco e solo col pensiero!

Nu viécchie, pe’ gguardà ’na segnurine:

une de quéle nche gli persunale

che se vulléss’avé sèmpre vecine,

jett’a schiuffà de contr’a nu fanale!

Pòvere viécchie! Da gli scontre scétte

cuscì malcunce ’n teste, sfegurate,

pe’ tante sangue che culéve ’n frétte,

agli ’spedale d’èsse traspurtate!

Dope gli punt’i pù medecazione,

a nen curà, giurétte, cchiù nesciune

de qule cose bbelle, frésch’ i bbone…

Pe’ puoche iuorne… ca ’n ze po’ sta’ sènze

de quante rèsce a fa’ turnà vaglione…

Andò c’è guste nen ce sta perdènze!

DOVE C’E’ GUSTO NON C’E’ PERDITA

Un vecchio, per guardare una signorina  

– una di quelle con il personale

che si vorrebbe avere sempre accanto –

andò a sbattere contro un fanale!

Povero vecchio! Dall’uro uscì

così malconcio in testa, sfigurato,

per il tanto sangue che perdeva subito

lo i dovette trasportare all’ospedale!

Dopo i punti di sutura e le medicazioni,

giurò (a se stesso) di non interessarsi più a nessuna

di quelle cose belle, fresche e buone…

Per pochi giorni… perché non si può fare a meno

di ciò che riesce a farci tornar giovincelli…

Dove c’è gusto non c’è perdita!

(E. Di Ianni)

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