HomeLa RivistaEducazione e AmbienteECOLOGIA: SCOMMESSA UCRAINA DOPO IL DISASTRO BELLICO

ECOLOGIA: SCOMMESSA UCRAINA DOPO IL DISASTRO BELLICO

Educazione e Ambiente / 51

di Paolo Rico

Fortemente intossicata l’Ucraina, nell’aria come a terra e nei corsi d’acqua, pur con una datata tradizione di studi ecologici fin dalle primarie. Quel che ha convinto alcune realtà italiane  – nei programmi ridefiniti di integrazione scolastica, particolarmente nelle primarie, rivolti ai profughi dalla guerra – a puntare proprio sull’educazione ambientale. 

Segnatamente, in un plesso emiliano è stata promossa un’attività di avvicinamento ed uso in sicurezza della bici e di apprezzamento civico delle piste ciclabili. In una scolaresca campana alcuni corsi di istruzione si svolgono en plein air nei boschi della zona, a riconoscere piante ed uccelli, privilegiandone la connessione con la qualità dell’habitat. In questo secondo caso, ai bimbi ucraini è stata lasciata libertà di disegnare panorami e biotopi, tentando perfino pindariche comparazioni con l’ambiente di provenienza. Inoltre, per sostenere percorsi di interiore elaborazione psico-affettiva sono stati pianificati laboratori di formazione docente, improntati ad una cosiddetta “pedagogia del ritorno”. Questo appellativo, giustificato dagli organizzatori con l’ipotesi di una transitorietà scolastica in Italia dei ragazzini ucraini, forse presto o tardi propensi ad un rimpatrio post-bellico. Pur se la ricostruzione, in un paese così provato dal conflitto, non si proporrà presumibilmente né rapida né semplice, condizionata evidentemente dalla disponibilità di sostegni economici; dall’efficacia di programmazioni condivise e da un’agenda, finalizzata ad obiettivi di rapida rifunzionalizzazione, se non completa ristrutturazione intanto dei servizi collettivi. Tra essi a fortiori la scuola ucraina, segnatamente nel suo insegnamento di “educazione ambientale”. Curriculum formativo, si anticipava, asintoticamente marcato dai limiti pre-bellici di qualità e tenuta, ora ulteriormente brutalizzati dal fall out delle operazioni militari.

 Perché è noto  – per esemplificare –  l’elevato inquinamento del Dnipro, dove l’anno scorso sono state sversate almeno 65mila tonnellate di soli fosfati, residuo di produzioni chimiche. Senza tralasciare che in Ucraina insistono 15 reattori nucleari e che sono stati censiti dalle autorità nazionali 4240 siti pericolosi, con 173 impianti chimici obsoleti o quasi e un centinaio di presidi ad elevata radiazione. In un quadro in cui le polveri sottili, dannosamente liberate nell’aria dalle sole attività di fuoco bellico vieppiù nuocciono all’ossigenazione e all’epidemiologia generale immunologica. Ricordando, infine, come i giacimenti carboniferi, soprattutto ad oriente, nella permanente inattività, incidano negativamente sulle falde freatiche circostanti in concorso con le discariche a cielo aperto, non più sorvegliate e neppure gestite; e malauguratamente incrementate. Situazione complessiva tanto deficitaria pur in un habitat ricco di biodiversità: con oltre 70mila specie di flora e fauna, 1.400 circa protette su un territorio, che su un terzo è tipicizzato da foreste, paludi, steppe, corsi d’acqua e zone saline, stando alle rilevazioni dell’apposito Comitato statale di protezione ambientale. Questo  organismo è  sorto 75 anni fa, ben prima che fosse attivato, ad esempio, pionieristicamente, in un Paese dell’Occidente sviluppato e civile come gli Usa. Ente ucraino, ancora, dal quale  – oggi ricorrono esattamente 30 anni dall’istituzione –  ha preso vita il ministero dell’Ambiente, purtroppo “cenerentola” nell’agenda delle priorità dell’attuale quadro emergenziale ucraino. 

Quel che consiglia, per contro, di non trascurare proprio adesso la variabile protezionista nella programmazione interventistica nel Paese est-europeo. Come? Un primo segnale dovrebbe auspicabilmente arrivare dalle bonifiche, irrinunciabili già l’indomani del cessate-il-fuoco. Ma non si tratta che di una parzialissima, timida indicazione, che impone piuttosto una riflessione sul ruolo di un’esaustiva “cultura dell’ambiente” per la rinascita ucraina. Quanto lascerebbe credere il dibattito appena aperto sulla cosiddetta “pedagogia professionale”, branca deputata a nuove applicazioni sociali del metodo educativo, suggerite soprattutto dalle issues straordinarie, dovute, segnatamente, a calamità, imprevedibilità e disastri; in un termine: all’eccezionalità. Potrebbe esser citato il caso italiano del nascente  – 27 sezioni previste dall’anno scolastico venturo –  “liceo per la transizione ecologica e digitale”. Ordinamento, connesso  – è chiaro –  ai recenti bisogni, indotti anche dalla disciplina europea del Recovery e della Next Generation, la stessa che potrebbe irrelare il quadro di aggiornamento formativo post-bellico dell’Ucraina. 

«Il solo futuro è la natura», ha spiegato l’artista cinese Cao Fei, presentando la sua grande personale al “Maxxi” di Roma, dov’è in mostra la sua ultima produzione “Supernova”, indicata dalla Fei come testimonianza del suo «bisogno di fuggire dalle città, preoccupata dell’eccessivo sviluppo della Cina». ( “la Repubblica” 20 marzo 2022).Conferma, insomma, di una criticità monitoria sul futuro della ripresa ucraina, la cui industrializzazione non è stata evidentemente generosa con il rispetto dell’habitat. Proprio quel che vogliono stimolare, per contro, le citate attività integrative per i bimbi profughi dalla guerra, apparecchiate da alcune nostre istituzioni educative, evidentemente non limitatesi ad una sola accoglienza solidale, per privilegiare un’ospitalità di più larga empatia. Nel segno del valore pieno della democrazia come incubatrice di umanesimo della libera relazionalità.

L’Aquila, lì 22 marzo 2022               

                                                                                                                                        Paolo Rico 

Nessun Commento

Inserisci un commento