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IL BENESSERE SOCIALE CI FA ESSERE TUTTI UCRAINI

Benessere / 51

Il benessere sociale ci fa essere tutti Ucraini

di Giuseppe Mazzocco

   Il benessere sociale, soddisfacendo il bisogno di sentirsi uniti con chi sta male, si accende nel cuore e ci porta ad aprire le braccia a chi, per motivi bellici, non ha più le misure minime di sopravvivenza e fugge in grandi masse, dai luoghi in cui era libero di vivere.

   Le caratteristiche della diaspora dei nostri giorni, di questo movimento di persone che abbandonano la loro patria (l’Ucraina) per essere ospitati in paesi europei, ha, però, dei profili sociali inconsueti.

   La moltitudine di persone ucraine che si muovono verso i confini della loro patria è formata, quasi esclusivamente, da donne con bambini, che migrano su strade tracciate dalla disperazione. A volte, anche per centinaia di chilometri, le donne stringono le piccole mani dei loro figli o sostengono l’incedere instabile dei loro anziani genitori, con la paura di essere colpiti dalle violentissime azioni belliche che hanno già devastato le loro case. A piedi, arrivano davanti ai cancelli spalancati di altri stati che, per una preziosa solidarietà, offrono loro una tazza di bevanda calda ed un materasso posato a terra, ma almeno sotto un tetto. Il freddo e la neve hanno intristito il loro lento flusso migratorio, mentre si allontanavano dalle macerie delle loro case distrutte e lasciando i loro uomini a difesa di quella terra dove loro (donne, bambini e vecchi) non possono più stare, perché la presenza era a rischio della vita. Allora, le famiglie si sono divise, con la morte nel cuore, ma con la promessa di tornare a ricongiungersi!

   Questo è l’inedito: una partenza, di sole donne, che prevede un prossimo ritorno nella terra da dove sono scappate! Con gli abbracci del distacco non sono stati detti degli addii, ma degli arrivederci e le lacrime di dolore hanno benedetto queste promesse.

   Per questi soggetti fragili, che scappano con la benedizione di chi resta a combattere per difendere i loro sogni, dovremmo inventare una nuova parola! Storicamente e culturalmente, siamo abituati a veder partire uomini, con la classica valigia di cartone e con la promessa che, appena sarà possibile, chiameranno nelle nuove terre le loro donne ed i loro figli. In questa fuga al femminile, con bambini ed anziani, invece, i soggetti hanno, nel cuore, un biglietto di andata e ritorno. 

   Per queste famiglie, divise consensualmente, il ritorno in Ucraina è la condizione che si accoppia alla partenza. Queste donne, dopo viaggi estenuanti, entrano nelle case che le accolgono con la dichiarazione che andranno via presto, non appena potranno ricongiungersi con chi è rimasto in patria. 

   Come potremmo chiamare questi ospiti che, venendo in punta di piedi fra di noi, ci ringraziano e ci dichiarano che presto andranno via? Non possiamo chiamarli immigrati, perché non vogliono restare; non è giusto chiamarli profughi perché godono, come rifugiati, della protezione del paese che li ospita, a cui non chiedono né un lavoro, né la cittadinanza, ma un po’ di pazienza! Andranno via appena possono, riprendendo le mani dei loro bambini e sostenendo la stanchezza dei loro genitori, per ricongiungersi ai loro uomini, che hanno lasciato con la promessa del ritorno.

   Le donne si sarebbero fermate tutte, appena superato il confine del loro paese, per non allontanarsi troppo dalla loro terra! Sono salite sui mezzi, che le hanno portate a centinaia di chilometri di distanza, ancorando lo sguardo a quei cancelli attraverso i quali, e lo sentono nel cuore, ripasseranno per ricongiungersi con gli affetti per i loro uomini e per la loro patria. È l’incredibile dignità di un popolo di origine cosacca che, mettendo la libertà sopra ogni altro interesse, sacrifica l’unità della famiglia, e la stessa vita, per essere liberi nella loro patria. 

   A queste persone noi diamo solidarietà.

   A noi dà piacere portare nei centri di raccolta coperte, spese alimentari e giocattoli, scelti con i nostri bambini, a cui abbiamo spiegato il perché, per educarli alla solidarietà ed all’amore per chi soffre. Fa bene al cuore aprire le porte delle nostre case a queste mamme! Questo è il benessere sociale; si realizza quando l’uomo è solidale con l’altro uomo che ha subito traumi ed ha difficoltà a vivere. 

   Si sta bene, umanamente, quando una nostra condizione ci appaga. La solidarietà è una caratteristica del benessere sociale, perché è una necessità che nasce dal cuore e realizza comportamenti di apertura verso gli altri. Un desiderio soddisfatto, cioè, crea la serenità ed uno stato d’animo di appagamento. Nel caso, però, dell’ospitalità data alle donne ucraine, il nostro benessere sociale è a tempo. I soggetti che ci hanno fatto sentire bene con la loro presenza, andranno via dalle nostre case e torneranno alla libertà di vivere nella loro patria e con i loro affetti, ma portandoci nei loro cuori.

   Ringraziamo queste donne per averci fatto capire il senso vero del sacrificio per essere liberi.    

   Oggi, grazie a loro, ci sentiamo tutti Ucraini!

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