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LA MASCHERINA, LA FILA ED IL RECUPERO DEL BENESSERE SOCIALE (seconda parte)

Benessere / 50 

La mascherina, la fila ed il recupero del benessere sociale

 (seconda parte)

di Giuseppe Mazzocco 

   Il benessere sociale si ricostruisce partendo da quelle quattro parole che si possono dire a chi sta in fila con noi e a una certa distanza. 

   Il benessere sociale deve ripartire dal “buon giorno” e dal tentativo di coinvolgere l’altro in un discorso che, prima della pandemia, non avremmo mai fatto. Temi come le condizioni del tempo, gli uffici che non funzionano, la stanchezza, il caro-vita e tanti altri argomenti, prima ritenuti insulsi, adesso devono diventare l’alfabeto di nuovi ragionamenti. Un discorso, che inizia da concetti banali, può prendere un grosso corpo comunicativo e può portare ad una nuova comunione, dando sonorità alle file di soggetti muti ed imbavagliati.

   La pandemia ci ha fatto uscire dalle file delle auto e ci ha rimesso a contatto con l’altro, anche se a distanza, ma sempre in fila. Dobbiamo approfittare di questa situazione per tornare a guardarci negli occhi e ritrovare la calma interiore che ci aiuta a digerire l’ansia. In coda, con l’auto, non si può ricercare un approccio, aprendo un qualsiasi discorso: siamo chiusi all’interno di un impenetrabile contenitore. In coda, all’aperto, ma assieme agli altri, a portata di parola, si deve riscoprire il modo di interfacciarsi, anche se si mantiene la distanza di sicurezza. Non importa il tema, importante è iniziarlo. 

   La fila si fa più “corta” se ci si rapporta con il vicino, anche se si parla del brutto tempo; poi si parlerà degli animali, delle ricette da cucina, di sport o di altri argomenti comuni: l’importante è cominciare. La socialità deve ripartire dalla voglia di stare assieme, anche se con tutte le dovute precauzioni.

   Facendo le lunghe file quotidiane, per entrare in un ufficio pubblico o in un ambulatorio, ho scoperto che quel tempo mi è servito per conoscere abitudini di cani e gatti, di potature di fiori, di tempi di cottura di dolci e di tanto altro: tanto la fila la dovevo fare, in ogni caso!

   La fila mi ha ridonato la possibilità di rapportarmi con chi non conoscevo o di parlare di argomenti molto vari che, solo all’inizio, mi hanno dato fastidio. Dando ascolto alla voglia dell’altro di parlare, ho scoperto che il discorso mi coinvolgeva e mi faceva dimenticare il troppo tempo passato ad aspettare l’apertura di una porta. Adesso, in fila, sono io a provocare il dialogo, interfacciandomi con chi mi sta davanti e con chi mi segue. Ho scoperto il valore di un “salotto” dove non si assaporano infusi, ma si può parlare, per sentirsi di nuovo in comunità. La fila non mi indispettisce più!

   Il benessere sociale di incontrare uno sconosciuto mi ha fatto digerire, senza più malanimo, il tempo “perso”, a volte anche ore, ad aspettare l’apertura di uno sportello. In compagnia e non isolati in mezzo agli altri. È successo che, con questi conoscenti occasionali, ci siamo scambiato titoli di film da vedere o formazioni di squadre di calcio da modificare o alternative ai cibi quotidiani o, semplicemente, come rammendare un calzino (una anziana signora, in fila con me, me lo ha spiegato molto bene!). Ho trovato il modo di vivere l’attesa in modo che non conoscevo. Mi è capitato, anche, di rincontrare la stessa persona in una fila successiva; mi ha salutato col braccio alzato ed abbiamo riso assieme. Con alcuni, ci siamo scambiati il numero di telefono!

   Non è questa una bella e ritrovata socialità, che ci fa stare bene?  

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