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LU CILLUCCE E’ FELICE

 

Abruzzesità poetica / 50

                                                                                                LU CILLUCCE E’ FELICE

 

La felicità, cos’è? Quanto costa? Chi la vende? Quanto dura? Dove sta?
Tutti noi umani corriamo, ci ingegniamo, ci adopriamo, ci affatichiamo per averla. All’inizio ne cerchiamo un poco, quel tanto che basta, diciamo, ma non è così. Zio Paperon de’ Paperoni, pur potendo godere di un bagno continuo in una piscina traboccante di monete d’oro, fior di dollari sonanti, non ci è mai apparso felice, ma sempre tirato e scontroso. E come lui tanti altri.
Io ho avuto modo di veder dei bimbi felici, felici con poco e poi ritrovarli cresciuti e meno appagati. Credo che una possibilità di felicità vada cercata nel rapporto tra desiderio e oggetto di desiderio: più è vicina la loro distanza, maggiori sono le probabilità di conseguirla, di avvicinarsi alla felicità. Alla domanda del Re su quale fosse il miglior mangiare, Bertoldo, senza pensarci troppo, rispose: “Il mangiare in casa d’altri, Maestà!”. Il pensiero del sovrano si era concentrato sulle vivande, sulle pietanze, Bertoldo, invece, sul clima, sull’atmosfera conviviale che rende tutto più saporito e poi anche sulla strana attrazione  che le cose degli altri esercitano in  noi.
Leonardo FECCHIA, il poeta che ospitiamo questa settimana, non ha dubbi, infatti titola il suo componimento “Lu cillucce è felice”.
Non è una ipotesi, ma una certezza che l’autore aveva già nel 1955 e che oggi potrebbe essere un dogma assolutamente indubitabile.
Perciò vale la pena gustarla, la poesia, e rifletterci sopra quel tanto che basta. Il dialetto è quello peligno, di Sulmona. 

LU CILLUCCE E’ FELICE.

di Leonardo Fecchia

Nu puete a nnù’ ci dice

ca de tutte j’anemale

lu cillucce è chiù felice.

Nen ze spojje, nen ze veste;

se la passe sempre ’n feste,

ca te fa lu cantarine

da la ser’a la matine.

Nen ze pije passìone

se cattive è la staggione;

pe demane nen ce penze:

se remett’a Pruvvedenze.

Magne e beve addò se trove:

fa lu nide e cove l’ove.

E’ felice lu cillucce:

ne je serve salviette,

né cucchiare né furchette;

s’accuntente de le juojje

senza tante mpiccia mbruojje!

Cuma l’ome nen ze mpicce;

fa na vita sppiccia spicce,

e je dà felicità

tutta sta semplicità;

e je fa cumpassìone

l’anemale che raggione!

Nen te pare ch’è chiù bielle

a campà cuma nu cielle?

 

 

L’UCCELLINO E’ FELICE

Un poeta a noi ci dice

che di tutti gli animali

l’uccellino è il più felice.

Non si spoglia, non si veste,

se la passa sempre in festa,

e ti fa il canterino

sia la sera che al mattino.

Non si prende una passione

se è cattiva la stagione;

al domani non ci pensa:

si affida alla Provvidenza.

Mangia e beve dove si trova;

fa il nido e cova le uova.

E’ felice l’uccellino

di mangiare ogni semino;

non gli occorrono salviette,

né cucchiai né forchette;

si accontenta di semetti

senza far tanti giochetti!

Come l’uomo non s’impiccia:

ha una vita molto spiccia,

e gli dà felicità

questa sua semplicità;

e gli fa, sì,  compassione

l’animale che ragiona!

Non ti pare che è più bello

a campar come un uccello?

( E. Di Ianni)

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