HomeLa RivistaFolklore e dialetti“REPETITA IUVANT?”

“REPETITA IUVANT?”

IL DUBBIO / 50/ 

“REPETITA IUVANT?”

 

di Enea Di ianni

Ripetere, aiuta?

Grande parte della nostra crescita, della nostra educazione e anche della nostra padronanza di esperienze e conoscenze si è fondata sul “ripetere”, sul provare e riprovare, sul tentare. Quando noi eravamo piccoli, i grandi solevano ripeterci che l’uccellino, cadendo, impara a volare. Era, questo, un metodo infallibile per non farci avvertire il peso dell’insuccesso, la vergogna per un fallimento, ma, soprattutto, serviva ad invogliarci a non arrenderci di fronte alle difficoltà ed ai nostri tentativi che non conseguivano risultati positivi. Anche l’educazione scolastica faceva gran leva sul valore del “ripetere”. Come apprendevamo la storia, la geografia, le regole geometriche, matematiche, la lingua italiana e poi il latino? Ripetendo, sempre aiutandoci col ripetere! 

Anche le regole comportamentali, per esser meglio interiorizzate, venivano affidate alla “ripetizione”, al deglutire mnemonico attraverso simpatiche elencazioni a mo’ di decalogo. Ne ricordo una della mia infanzia che avrebbe dovuto stimolare la voglia di non poltrire e incentivare, al contrario, la solerzia nell’essere mattinieri. Era davvero bella che ve la riporto:  

Un’ora dorme il gallo, due il cavallo, tre il viandante, quattro il comandante, cinque lo studente, sei tutta la gente, sette la signoria, otto la poltroneria… E chi dorme più di nove ore, porco nasce e porco muore!” 

Evito di dire quante ore avremmo voluto dormire noi piccoli, però ricordo che la filastrocca la conoscevamo benissimo a furia di ripeterla ad ogni richiesta, semi minacciosa, degli adulti quando ci coglievano in flagranza di reato. 

Tanto per non omettere nulla, va detto che difficilmente avremmo appreso le coniugazioni dei verbi e i paradigmi delle declinazioni senza quelle litanie che maestri e professori ci richiedevano promuovendo, spesso, vere e proprie gare  e campionati, a squadre o individuali, che non potevano finire in pareggio perché erano tutti all’ultima “desinenza”.

I ricchi, i signori, i notabili, i potenti avevano alle loro dipendenze i “ripetitori”, una specie di insegnante-istruttore-aio ad personam, compagno fedele e assiduo accompagnatore del minore sia a scuola, dal “magister pedagogo”, che a casa, nelle ore di studio. Il suo compito era sì quello di seguire il minore nei compiti, ma anche nell’essere pronto, sollecito e disponibile a “ripetergli”, all’occorrenza e al bisogno, la lezione del “magister”, magari adattandola alle sue capacità ricettive. Lo so che state pensando ai registratori che, qualche secolo più tardi ci hanno permesso di immortalare voci, suoni, canzoni. Anche lezioni e conferenze. Di diverso dagli strumenti di registrazione, i “ripetitori” ripetevano, sì, ma con animo, con coloriture espressive ed affettive ed erano dotati di intelligenza propria per cui erano in grado di cogliere la difficoltà del momento dello studente e di sostenerlo ad hoc nel punto di debolezza. Oggi, pur con la dovizia di mezzi e strumenti audiovisivi, pur con la ricca e diffusa presenza di internet, sono sempre in tanti gli studenti che, nel corso degli studi, devono ricorrere all’ausilio delle “ripetizioni”, delle lezioni private, aggiuntive a quelle della scuola e, soprattutto, ad personam, su misura, per far sì che lo studente o la studentessa, piccolo o grandi che siano, possano capire, apprendere, far proprio l’insegnamento disciplinare non o poco compreso a scuola. 

Magari si tratterà di seguirlo nelle esercitazioni, nei cosiddetti “compiti a casa”, fatto è che la “ripetizione” c’è ed ha anche dei costi di mercato.  

Anche noi adulti, tutti, nessuno escluso, abbiamo usufruito e sperimentato, proprio di recente e ancora continuiamo a farlo, cosa vuol dire “essere a ripetizione”. Non siamo andati fisicamente noi, ciascuno di noi, in casa d’altri, dei professori ripetitori… No, questo no! 

E’ stata una schiera nutrita di “magister”, specialisti e non, anche tuttologi, che si sono messi a disposizione nostra, di noi tutti, intrufolandosi nella nostra privacy domestica e ripetendo, fino allo sfinimento, tutto quello che c’era da farci deglutire, mandare giù senza masticare e assimilare su Covid, pandemia e vaccinazione anti Covid. 

Sto parlando del bombardamento televisivo e mass mediatico piovutoci addosso da due anni a questa parte, sì, quello tsunami di chiacchiere in libertà, da mattina a sera e da sera a notte fonda per, poi, lasciare spazio alle repliche delle stesse fino al nuovo giorno. E’ vero che il dispositivo, lo strumento tecnico da cui transitavano, lo accendevamo noi, è anche vero che avevamo noi il potere – si fa per dire! – di scegliere cosa vedere o non vedere, cosa sentire o non sentire; ma quando, muovendoti da canale a canale, da emittente a emittente, ti ritrovi di fronte a pane o pancotto o pan bagnato o zuppa con pane… non credo che si ha davvero libertà e possibilità di scelta! Quante ripetizioni, quanti docenti in cattedra, quanti imbonitori e quanta saccenteria in libertà!

Però, dobbiamo dircelo e riconoscerlo, siamo davvero in tanti ad essere ignoranti; ammettiamolo. Noi, me per primo, non siamo all’altezza dei tanti conduttori e opinionisti partecipanti alle infinite maratone sulla pandemia anche perché la Scuola, che ci ha formati, la nostra scuola, ci ha educati al confronto, all’uso del pensiero libero e, soprattutto ad avere rispetto del pensiero altrui… Invece quelle maratone erano informate, più o meno tutte, ad un’altra tipologia di Scuola: quella dell’imposizione subdola, del non confronto, dell’ “ipse dixit che prova sempre ad imporre un anacronistico “obbedir tacendo”. Non lo credevo possibile, ma devo ammettere che in tanti si è ceduto ai dettati di quelle “ripetizioni”. 

Quando siamo tornati a poter disporre di un momento di “ricreazione”, abbiamo incrociato amici, cari da una vita, che non si sono preoccupati di chiederci come stessimo, ma solo di darci tanto di gomito e rivolgerci una sola domanda: “Vaccinato? 

Ci sono rimasti male, gli amici da una vita, alla risposta negativa. Poi, più in là, quando, da vaccinati, non vedendo l’ora di uscire per poter dire “Anch’io l’ho fatto!”, sempre gli stessi amici che, dopo la gomitata di saluto e alla stessa domanda dell’altra volta, si sono sentito rispondere, orgogliosamente,  Sììì!”, loro, gli amici, recuperando il miglior sorriso sarcastico, hanno gridato: “Noi, invece, due… due dosi!?!” E c’è mancato poco che aggiungessero il gesto del manico d’ombrello a totale mortificazione nostra. 

A dire il vero anche in Chiesa abbiamo provato disagio quando, dall’altare, si è levata, con tono mellifluo, palesemente accattivante, la supplica di dar prova del nostro amore per il prossimo vaccinandoci… Un undicesimo comandamento? Vaccinarsi per amore di Dio e del prossimo!?!

Ma uno dei più grandi doni del Creatore non era stato il libero arbitrio? La libera determinazione dell’uomo nel pensare e volere? Adamo ed Eva non erano stati lasciati liberi nell’Eden? E non hanno gestito liberamente la loro volontà? 

Due anni di predicazione televisiva e radiofonica, due anni di spot, di messaggi radiofonici, di isolamento domiciliare per poi arrivare, finalmente, al  “libera tutti!“, alla resurrezione. Sembrava, ma così non è stato; il “green pass” (lasciapassare verde o passaporto verde) non è stato quello che ci si aspettava che fosse, ma piuttosto l’equivalente del “marchio rosso”, di quel segnare con sangue d’agnello (rosso e non verde) gli stipiti delle case in modo che l’ “Angelo della morte”, passando di lì, nottetempo, potesse risparmiare dal castigo gli abitanti di quelle case. 

Il “green pass” ha fatto in modo che ad essere colpiti dal castigo fossero gli over 50 non vaccinati, gli insegnanti non vaccinati, i lavoratori dipendenti non vaccinati. Il castigo?

Niente accesso ai luoghi di piacere, niente bar, niente caffè, niente ristoranti, cantine, niente cinema, teatro, niente mezzi pubblici. Tante piccolezze, tanti niente che alla fine compiono il guaio grosso. Sì, perché furono proprio cento niente ad uccidere l’asino della cultura popolare (“Ciénte niénde accediérne l’àsene”). Si può, però, senza “green pass”, andare in chiesa e pregare, questo sì, magari confessarsi anche e pentirsi, pentirsi per non essersi lasciati ammaestrare dai nobili “imbonitori” dei mass media, dai tanti “ripetitori” ben pagati. Soprattutto confessare di non aver osservato l’undicesimo comandamento!

Nessun Commento

Inserisci un commento