HomeLa RivistaLA MASCHERINA, LA FILA ED IL RECUPERO DEL BENESSERE SOCIALE

LA MASCHERINA, LA FILA ED IL RECUPERO DEL BENESSERE SOCIALE

Benessere / 49

(prima parte)

di Giuseppe Mazzocco

   Il nostro mondo, prima della pandemia, non era più abituato alla fila delle persone, soprattutto alla fila distanziata, per accedere a qualsiasi servizio! Non solo, quindi, mettersi uno dopo l’altro, ma mantenere col prossimo una certa distanza: mettere l’altro fuori dalla propria bolla personale e pretendere uno spazio prossemico che si riassume in una distanza relazionale, di tipo sociale, voluta dalla legge!

   Quello che era lo stare assieme in un modo caotico, a contatto fisico, in cerchio o in gruppo, non esiste più. La pandemia ci ha costretto a vivere in modo diverso, rinchiudendo la nostra socialità dentro gli stretti confini casalinghi e oscurando buona parte dei nostri volti, con le obbligatorie mascherine. Poi, quando siamo usciti per riprenderci un poco del nostro mondo, la strategia anti-pandemica ha imposto il distanziamento sociale e, nell’attesa di fare qualsiasi ingresso in strutture pubbliche, ha voluto la fila distanziata.

   Per l’uomo moderno, la fila distanziata è diventata una condizione del vivere assieme. Non solo, quindi, le mascherine, come moderni filtri respiratori, ma un distanziamento che, imposto all’improvviso, ha destabilizzato lo stesso rapporto sociale, squilibrando il modo di vivere.

   La mancanza della mimica facciale (oscurata dalla mascherina) ha prodotto una condizione negativa per qualsiasi incontro. Non riuscire a vedere l’espressione del viso di un interlocutore ha reso muto un essenziale trasmettitore di segnali sociali; non vedere più un sorriso, un ghigno, uno sberleffo o una qualunque altra mimica ha spento il segnale d’accesso per gli incontri e negata la risposta a qualsiasi richiesta di comunicazione.

   A tutta questa negatività relazionale si è aggiunto l’obbligo della distanza “sanitaria”, che ha impedito gli approcci a cui eravamo abituati per colloquiare ed ha interdetto un contatto sociale d’apertura: darsi la mano. L’uomo, così, si è ritrovato davanti all’altro uomo a viso coperto, senza poter offrire il più antico segnale d’incontro (stringere la mano), ad una distanza che va oltre il consueto spazio relazionale e, soprattutto, messo in fila! Sono nate, di conseguenza, numerose sindromi psicosomatiche che hanno generato notevoli condizioni di malessere. 

   L’uomo, reduce dal confinamento casalingo e con la fame del vivere assieme, si è sentito solo, pur essendo in mezzo agli altri, ma, come intelligente animale sociale, deve incominciare ad usare lo stare in fila per riaccendere, anche se con un altro animo, i contatti esistenziali. Sapendo che bisogna starci, deve spegnere la fretta del fare: quell’ansia di movimento che lo portava al vivere convulso. 

   La fila deve essere, allora, la morte della fretta che, se non ci si bendispone, crea una forte agitazione ed una malevola inquietudine. L’impazienza, in questo modo, si trasforma in apprensione, avendo come risultato risposte sociali non congrue.

   Cosa fare? Riscoprire il tempo di osservare chi ci sta attorno; recuperare i segnali sociali che non ci vengono più dal viso (coperto dalla mascherina), ma da tutto il corpo; analizzare la postura generale, la gestualità delle mani e, soprattutto, lo sguardo. È tornato il momento di guardarsi negli occhi, sorridere con lo sguardo e “provocare” l’incontro con l’altro, con le dita intrecciate ed un piccolo inchino.

   La fila deve diventare una palestra per ritrovare il benessere della socialità; bisogna ritrovare la voglia di interagire con chi è nella nostra stessa situazione e, probabilmente, con la stessa ansia!

   Da una condizione negativa bisogna tirar fuori gli stimoli che ci riportano ad una socialità modificata nelle distanze fisiche, ma non in quelle psicologiche.

Articolo precedente
Articolo successivo
Nessun Commento

Inserisci un commento