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ESSERE  UGUALI  O  DIVERSI? 

IL DUBBIO N. 49

di Enea DI IANNI

Non è raro essere fermati da un amico o da un conoscente e sentirsi  comunicare che, solo qualche giorno addietro, nel tal luogo e in quella certa circostanza e occasione, avrebbe incrociato un tizio “tale e quale” a noi, “spiccicato” a noi. 

Quasi sempre chi asserisce di averci scambiato per qualcun altro non ha dubbi:

l’altro era spiccicato a noi, staccato da noi, una copia perfetta, fatta – si direbbe – con lo stesso stampo.

Insomma l’amico o il conoscente è certo di essersi trovato di fronte ad un perfetto sosia di quel che noi saremmo e ci fornisce, con convinzione, ulteriori particolari sul soggetto, particolari a conferma della bontà della sua asserzione.

Ad onor del vero, dobbiamo ammettere che qualche dettaglio cerchiamo di appurarlo anche noi con una sorta di benevola “induzione” alla menzogna nel senso che proviamo ad indagare chiedendo se, così come noi siamo soliti credere di essere, quello, il sosia, avesse la stessa padronanza di linguaggio, la stessa garbata gentilezza, gli stessi modi forbiti… insomma fosse dotato di quegli attributi che per noi, manco a farlo apposta, vogliono dire pregio, qualità, valore…!

La tendenza e il vezzo di cercare e attribuire somiglianze e identità in fieri, a dire il vero, comincia molto presto e, precisamente, già con la venuta al mondo di un bimbo o di una bimba.

Il neonato e la neonata non sono solo personalità in fieri, ma anche figure in fieri tant’è che, se non si ha l’opportunità di frequentarli e vederli quasi giornalmente, ma piuttosto ad intervalli di qualche settimana, la prima cosa che sorprende sono i cambiamenti che “il pupo” o “la pupa” lasciano trasparire per cui ogni volta non ci costa fatica ad ammettere che li troviamo diversi, che stanno e sono cambiati. Sì, stanno cambiando eppure sono uguali, sono se stessi.

Ricordate quando ci è capitato di rincontrare, dopo anni, un compagno compagna di gioventù? Un amico o un’amica? Dopo la sorpresa del primo momento (e che sorpresa! Ci siamo accorti subito dei cambiamenti…  e ci sono balzati agli occhi uno ad uno, appaiati ai tratti che, di loro, avevamo memorizzato e fermati nel tempo!) 

Ci siamo detti sorpresi, ed era vero, ma poi abbiamo osato una bugia di riguardo: “Ti trovo benissimo…! Il tempo non ti ha proprio sfiorato…!” e, subito, l’abbraccio, un abbraccio quasi precipitoso che ci ha permesso, a tempo, di trattenere l’emozione e ci ha consentito di elaborare, velocemente,  un’immagine terza dell’amico o dell’amica: non quella di ieri e non quella di oggi, ma una nuova. Una nuova che ha adagiato, in un attimo, il presente sullo storico conservato per anni – sotto vuoto e isolato! – da una memoria protettiva e in una teca di autentico amore amicale. 

Riemersi da quel mancato annegamento affettivo, è bastato poco per recuperare le impronte di quel che eravamo già stati e, a sera, finalmente presenti nel nostro presente, non ci è costato fatica dirci vicendevolmente, con un poco di rabbia e tanto di sorrisi e finta soddisfazione: “Non siamo cambiati per niente!?!” 

Per davvero non eravamo cambiati? Ma se la diversità era palese, come potevamo dirci “uguali”? Uguali a chi? A chi di quando? Uguali in che?

L’uguaglianza e la diversità appartengono a ciascun essere umano,  costituiscono non solo l’essenza della persona, ma hanno in comune una sorta di reciprocità: lì dove cogliamo l’una, inevitabilmente troviamo anche l’altra e viceversa.

Nasciamo diversi per la scienza, nasciamo diversi per la religione; talmente diversi da essere esemplari “unici”. Adamo ed Eva erano diversi pur se costituiti della stessa materia: polvere impastata dal Dio creatore, cioè fango. 

Dopo di loro la discendenza si è andata riproducendo da coppie di femmina e maschio, dall’unione di ovulo e sperma, elemento femminile ed elemento maschile, una dualità che, unendosi, origina l’individualità del singolo soggetto. 

Quell’ unione di ovulo e sperma è davvero unione solo di una dualità? Cioè quel bambino o quella bambina sono figli, portatori delle tracce, solo di quel preciso maschio e di quella  precisa femmina?  No. Un bambino “è un bambino di molti, figlio della madre e del padre, dei nonni, degli avi. Qualche lontano ‘io’ dormiva in una schiera di antenati, una voce levantesi da una sepoltura da tempo dimenticata, improvvisamente comincia a parlare attraverso il bambino… 

Un bambino è una pergamena fittamente ricoperta di minuti geroglifici, dei quali riuscirai a decifrare soltanto una parte; alcuni ti capiterà di cancellarli del tutto, altri di annebbiarli un poco e riempirli con i tuoi contenuti

Siamo, dunque, uguali nella specie, nell’essere “umani”, nel partecipare, come genere, a precise caratteristiche, nel possedere, sempre come genere, determinate potenzialità. 

Siamo, però, anche diversi nell’ individualità, in ciò che ci ha determinato come singoli, come figli di quella coppia e proprio  in quel preciso istante in cui si avviava la nostra procreazione-generazione (… già: quale acqua scorreva nel ruscello della discendenza ereditaria al momento in cui scattava la scintilla della nostra vita?) e a seconda di come le nostre potenzialità saranno state stimolate, sviluppate, potenziate o annullate (vale a dire come saremo educati?)

Tanto più saremo “diversi”, tanto più saremo “uguali”, uguali alla nostra essenza, al nostro specifico “dover essere”, alla nostra originalità di singoli esseri umani, di individui umani. 

                       J. Korczac “Come amare il bambino”, Luni Editrice Milano 1996, pp. 20-21.

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