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 A CHI SERVE LA GUERRA?

IL DUBBIO / 48

 A CHI SERVE LA GUERRA?      

di Enea Di Ianni

Alla fine, volendo, si riesce anche a dimostrare che tutto serve, tutto ha un fine, uno scopo un senso, un valore. Un utile.

Mi sono tante volte chiesto, tra me e me, perché mai Dio, il creatore, avesse dato agli animali il “verso” e solo all’uomo la “parola ”, la capacità di tradurre e articolare i pensieri in suoni e segni, in quelli che chiamiamo lingue, parlate, idiomi e li avesse resi così abili una certa abilità nel dargli un tono (di preghiera, di supplica, di implorazione, di ordine, di comando) e una coloritura (tenerezza, apprensione, gioia, dolore, indifferenza, burla, presa in giro, menefreghismo).

E’ pur vero che da un miscuglio di suoni, idiomi, parlate e lingue nasce la storica torre di Babele e che ancor oggi, quando i bla bla bla si fanno eccessivi e tradiscono la funzione stessa della parola che è quella di comunicare, farsi comprendere, chiarire il pensiero e non confonderlo, diciamo che si è creata solo una babilonia, un “pour parler”, fiato al vento e nient’altro.

Abbiamo arricchito di tanto il vocabolario degli umani, abbiamo coniato espressioni su espressioni, modificato modi di dire che, alla fine, diventa davvero difficile essere certi che dietro una data “parola”, un suono, ci sia un significato davvero inequivocabile. Il senso della “parola data” non è più quello di dare sicurezza, garanzia certa che quanto detto sarà fatto, ma, piuttosto e più facilmente, che “verba volant”.

Sono nato in un paese piccolo e di montagna, Villalago, in una regione un po’ più grande di oggi, l’Abruzzo e Molise di qualche decennio fa e lì, nel mio paese, più o meno in primavera, avveniva una piccola fiera in cui, credo da Sulmona o dintorni, arrivavano gli allevatori di maialini con tanti capi da vendere. Sarebbero stati comprati dalla nostra gente che avrebbe continuato a nutrirli più o meno fino a gennaio – ma questo i maialini non lo sapevano! – quando sarebbero ingrassati abbastanza per subire l’aggressione finale. Tutta una serie di accortezze e attenzioni da parte dei nuovi allevatori per concludersi in un rituale bruttissimo.

In quella fiera primaverile tutto si era svolto con rapide e calorose strette di mano, all’epoca più sicure delle carte bollate: strette di mano a garanzia del buono stato di salute del maialino, della giustezza del prezzo convenuto  e, per il sensale che faceva da tramite e riceveva un “per cento”, che tutto si era convenuto in scienza e coscienza delle parti. Per il maialino quelle strette di mano, lì per lì, non avevano avuto alcun senso, lo avevano acquisito, invece, nei giorni a seguire, quando si era visto accudire nello spazio riservatogli in quell’ angolo della stalla, quando, con puntualità incredibile, gli arrivava il basto quotidiano e, soprattutto, quando la “signora”, la padrona, gli passava un poco la mano sulla schiena, dietro le orecchie, sulla pancia. Provava talmente piacere che socchiudeva gli occhietti, dimenticava di mangiare e, con un tenero grugnito, provava a ringraziarla a modo suo. Forse allora era riuscito a dare un senso alle strette di mano del giorno di fiera cominciava a darlo pensando, magari, che fosse qualcosa di più che un semplice cambio di persone. La padrona era davvero brava e buona, continuava a trattarlo bene anche dopo l’estate arricchendo il basto con patate, ghiande, granturco e non dimenticando mai quelle carezze sulla schiena, sulla pancia e dietro le orecchie, che si concludevano con un senso di soddisfazione che le si leggeva in viso. Era cresciuto il maialino ed erano cresciute le accortezze della signora che, sempre più spesso, lo faceva mangiare nello spazio antistante la stalla, all’aperto. Proprio li fuori aveva assaporato la prima nevicata, qualche giorno dopo il Natale. Che scoperta, la neve! Sapeva di fresco, un po’ di acqua e si appiccicava facilmente alle zampe dandogli una sensazione di fresco a tratti gradevole, a tratti fastidioso. Una mattina l’amica padrona entrò nella stalla portando con sé un secchio con del granturco. Ne dette un assaggio al maiale, poi, facendo risuonare il rimanente nel secchio, precedette il maiale fuori della stalla. Attratto da quel suono noto, ormai sperimentato da tanto, lo stesso che lo  aveva confermato nel convincimento di essere amato dalla signora-padrona e dagli umani, il maiale si mosse tranquillo, ogni tanto soffermandosi a sgranocchiare qualche chicco che la signora lasciava cadere, quasi a mo’ di gioco. Avvertì, il maiale, la presenza di alcuni uomini, ma non ci dette peso: il gioco del mangiucchiar granturco in quel mattino di gennaio lo stuzzicava e poi lui si fidava, erano mesi che si fidava della padrona, la “signora”. E invece…

Invece, all’improvviso, un uncino di ferro lo infilzò sotto la gola trattenendolo mentre tante mani maschili lo immobilizzavano con funi attorno alle zampe e consentendo ad un altro uomo che lo penetrasse nella giugulare con la lama di una coltello. Fu tutto così rapido, improvviso e inaspettato: i suoi occhi continuavano a fissare la donna, la “signora” che gli aveva fatto credere di volerlo alimentare giocando con lui e che ora si dava da fare a raccogliere, a fiotti rossi, la vita che gli sfuggiva dallo squarcio in gola. Urlò per quanto poté, suoni acuti e sempre più fievoli mentre l’immagine della padrona andava sbiadendo velocemente perdendo ogni sembianza di “signora”.

Non ho mai dimenticato quelle saghe e quei guaiti acuti e lancinanti; non ho mai scordato quei rantoli finali e l’immagine di vita che finisce. Ancora oggi mi chiedo come facessero a godere di quella scena la padrona e il marito, come riuscisse ad essere serena e soddisfatta la “signora”. Sicuramente il problema era solo mio perché qualche ora più tardi quella gente festeggiava allegramente la conclusione dell’esecuzione pranzando nello stesso stanzone dove pendeva, in un angolo, appeso agli anelli della volta, la vittima sacrificale della giornata. Era come in croce, a testa in giù, col ventre squarciato e ripulito delle interiora.

A ripensarci tutto quello ch’era accaduto al maiale era iniziato con una stretta di mano tra il porcaio, il sensale e la “signora”, una stretta di mano che il maialino, allora, non poteva capire perché era solo un gesto, un gesto che garantiva il patto tra gli umani, tra gli interessati all’affare di cui il maialino era sì destinatario, ma solo come merce, oggetto, e non come co-protagonista. 

E’ sempre successo così. La guerra di Troia ci fu per soddisfare la brutta figura che Paride aveva fatto fare a Menelao sottraendogli l’amore di Elena. Avrebbero potuto risolvere l’affare benissimo in altro modo, invece ci rimisero la vita tanti innocenti troiani ed achei che non avevano rubato moglie a nessuno I pretesti non sono ragioni e le ragioni, quand’anche ci fossero, spesse volte non sono quelle che si dicono, né da una parte né dall’altra. Al di sopra delle ragioni delle parti c’è sempre una ragion suprema, quella che nell’intimo, quando si è soli con sé stessi, ogni essere umano sa e conosce. E’ la stessa ragione che avrebbe dovuto suggerire da tanto, a tutti, che la fame nel mondo cresce nella misura in cui crescono, nello stesso mondo, gli “insaziabili”. Così crescono le vittime quando crescono gli aguzzini, gli infingardi, gli insaziabili che non agiscono mai da soli, ma sempre in combutta con altri, proprio come era successo al maialino. Ogni volta che ci sono vittime sacrificali ci sono stati, a monte, intese e interessi condivisi e, alla fine, come nella saga del maiale, feste che apriranno a nuove intese perché …

So cuggini e fra parenti / nun se fanno comprimenti: 

torneranno più cordiali / li rapporti personali.

E riuniti fra di loro / senza l’ombra d’un sorriso,

ce faranno un ber discorso / su la Pace e sul lavoro

pe quer popolo cojone / risparmiato dar cannone.”….

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