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NOSTALGIA O DESIDERIO?  

Il Dubbio  / 47 

NOSTALGIA O DESIDERIO?  

Apprendistato : la “virtuosità formativa” resta sulla carta 

di    Enea Di Ianni

Non credo d’essere un nostalgico anche perché mi sono sempre cimentato con le novità, nel privato e nel pubblico, e con gli svecchiamenti che sono, e non solo nelle intenzioni, voglia di non fermarsi all’esistente, al “dejà vu”, ma procedere nella ricerca, nel provare, tentare percorsi diversi e considerare la possibilità di soluzioni nuove a problemi antichi o recenti. 

Una confessione, però, devo farla. Devo ammettere che delle corone di salsicce, quelle ch’erano solite penzolare da pertiche in legno povero, sospese su anelli di ferro attaccati sulla volta di grandi cucine paesane e che, al calore delle grosse vampate, rosseggianti, del camino, accendevano indimenticabili voglie culinarie…, di quelle corone e di quegli ambienti io ho nostalgia e desiderio ricorrente. Mi mancano, così come mi manca il profumo mattutino di pane, quello che si spandeva da forni alla buona, forni a legna, dove i Nas non mettevano becco anche se abbondavano di tracce di cenere e carbonella, di tavolati spesso scheggiati e di una illuminazione da tabernacolo, quella che riusciva, a stento, a venir fuori da una lampadina sospesa alla volta e impegnata costantemente a combattere con polvere, residui di cenere,  fumo e cacca di mosche petulanti. La mia è nostalgia soprattutto di odori che risvegliano gustosità e sapori ormai andati. Ecco, in quella stagione l’apprendistato lavorativo esisteva già, anche se non se ne occupava la Scuola. Non era “alternanza” ma ”alternativa”: se non proseguivi negli studi, ti avviavi ad un mestiere e, per poterlo mettere in pratica, dovevi darti da fare per apprenderlo. 

Il fatto che fosse un’alternativa era un modo soft di presentare la realtà nel senso che non si veniva posti di fronte ad una libera scelta, ma ad un assenso di fatto unidirezionale. La Scuola era per pochi, l’apprendistato per molti, forse per troppi, considerando che la rinuncia a proseguire negli studi spesse volte dipendeva solo da povertà di mezzi economici delle famiglie, dal non essere figli di “qualcuno”. Troppe volte, e per troppo tempo, già alla nascita, col cognome, si acquisiva anche l’indirizzo lavorativo. Così si nasceva notaio, medico, avvocato, maestro, geometra, ingegnere, esattore, oppure falegname, fabbro, sarto, commerciante, oste, contadino, manovale, muratore, pecoraio, sagrestano. 

“Estrema ratio” rimaneva la possibilità di indossare una divisa o il saio e il detto popolare “Chi nen vole fatijà o sbirre o frate s’ha da fa !” (Chi non ha voglia di lavorare dovrà adattarsi e scegliere tra l’essere sbirro- gendarme, o frate- prete) era la sintesi elegante per sottolineare da cosa, alla fin fine, dipendessero certe scelte lavorative e come si giungesse a farle.

Frotte di ragazze fiorenti, non impegnate nello studio, si dividevano tra le poche sarte del posto per apprendere il mestiere cercando di cogliere, anzi quasi rubando, certi segreti che solo al termine del percorso, e se si era nelle grazie della “Signora sarta”, venivano svelati. Le botteghe artigianali invece erano ben felici di accaparrarsi i ragazzi come manodopera fresca, personale giovane di cui potersi avvalere mentre lo si avviava al lavoro. Fabbri, falegnami, stagnini, sarti, muratori, meccanici, elettricisti, gommisti, idraulici, fontanieri, maniscalchi si aprivano ad accogliere gli aspiranti e a caricarsi della responsabilità di formarli nel mestiere che non consisteva solo nella tecnica e perizia d’arte, nel “saper fare”, ma anche nel “saper essere”, nell’andare assumendo atteggiamenti e modi di comportarsi e di pensare caratteristici di quel particolare mestiere e che gli venivano trasmessi puntualmente, direttamente e indirettamente, dal “Mastro” o dalla “Mastra”, i capi di bottega. Così anche l’apprendista sagrestano andava acquisendo, e sapeva, “un poco” del curato che l’aveva preso in consegna.

Era simpatico ritrovare i propri compagni di scuola, di vicinato, di giochi, con la matita sull’orecchio, le pinze e il metro sul pettorale della tuta, i bulloni nelle tasche e accorgersi che stavano cambiando non solo nel fisico, ma anche negli atteggiamenti e che andavano somigliando, in alcuni tratti e comportamenti, sempre più al loro “Mastro”. Quando, nei giorni festivi, ci si ritrovava insieme, nel gruppo amicale, anche i termini di conversazione si erano modificati: si incrociavano riflessioni, inflessioni, argomentazioni, suggerimenti, modi di dire e di atteggiarsi che sapevano sempre più delle loro nuove esperienze. Tutti, ma proprio tutti, erano cresciuti nell’essere pratici, concreti, pronti a fare e a cimentarsi nel fare. Erano i “praticoni” del gruppo.

I “Mastri” di allora non stilavano un contratto di lavoro, né lo sottoscrivevano; non c’era l’obbligo di assicurare quei ragazzi contro gli infortuni, né c’era un compenso per legge o pattuito con i genitori. Qualche volta erano le famiglie dei ragazzi ad avvertire un debito di gratitudine coi “Mastri” perché s’erano presi la briga di accettare in bottega i loro figlioli. Tante volte, ad onor del vero, e quasi sempre a fine settimana o a fine mese o alla riconsegna di un lavoro, l’uomo che albergava nel “Mastro” regalava una sorta di paghetta e tante altre volte al cliente che chiedeva, per piccoli interventi, cosa dovesse, il “Mastro”, con fare ammiccante, era solito dire: – Niente… qualcosa al ragazzo…! –

Non ho nostalgia di quegli ambienti alla buona, troppe volte insalubri e causa di malanni; nemmeno di quelle giornate lavorative senza limiti di orario per “Mastri” e apprendisti. Non ho la minima nostalgia di certi atteggiamenti dal sapore di prepotenza e abuso che pure c’erano nella quotidianità (vedansi le apprendiste sartine impegnate nel lavare la biancheria di casa della sarta, nell’accudire a mansioni domestiche del tutto estranee all’arte del cucito come pulire e riassettare gli ambienti, fare la spesa, pulire casa…, ma non di meno i ragazzi di bottega utilizzati, spesso, in incombenze per niente confacenti col mestiere da apprendere). 

Sono davvero felice che l’apprendistato abbia avuto la sua regolamentazione legale, una tutela con legge che, definendo per iscritto i diritti del lavoratore-apprendista, ha provveduto anche nel prevedere una copertura assicurativa e una contribuzione pensionistica. Sono felice, ancora, che la normativa in merito all’apprendistato, equiparata ad un vero Contratto di lavoro, pare abbia permesso di “ridurre significativamente la disoccupazione”.

Sono strafelice che si sia sempre più avvertita l’esigenza di avvicinare, tra loro, il mondo della Scuola e il mondo del Lavoro, per permettere di dar vita ad “un sistema formativo virtuoso”. Sulla carta l’apprendistato lo si era regolamentato, sulla carta la disoccupazione si sarebbe ridotta significativamente, sempre sulla carta il mondo della Scuola e quello del Lavoro, soddisfatta l’esigenza di avvicinarsi l’un l’altro, oggi avrebbero dovuto dare saggio di quella supposta “virtuosità formativa”. Purtroppo ho l’impressione che così non sia e, credo, che qualcuno dovrà pur spiegarci il senso di quel “buona scuola” – coniato con legge 107 del 2015 – e la ragione per cui non la si è chiamata “scuola buona”. L’aggettivo è lo stesso, è vero, ma è la sua diversa collocazione che può dar adito, significativamente, ad una concezione diversa.

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