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‘MMA  FANNE  L’APE.

Abruzzesità poetica 46/ di Enea Di Ianni

Pascal  D’Angelo (Pasquale) nasce in un caseggiato del Comune di Introdacqua il 19 gennaio del 1894, da famiglia contadina. Non sono anni facili quelli della sua infanzia: la povertà è tale da impegnare grandi e piccoli nei lavori dei campi al fine di poter avere qualcosa da mettere sotto i denti. La scuola c’è e non c’è, nel senso che fisicamente esiste il luogo fisico dove accogliere gli scolari e c’è il maestro, ma la frequenza non è una priorità. La priorità appartiene alle altre, tante, incombenze legate al vivere quotidiano.

Pasquale è interessato al leggere e scrivere, ma non può farlo con continuità: la famiglia ha bisogno anche delle sue braccia, seppure piccole, per poter sopravvivere. 

Il miraggio della fortuna spinge suo padre ad emigrare negli Stati Uniti d’America e nel 1910, giovanissimo, Pasquale raggiunge, insieme a suo padre, Ellis Island, un isolotto sul fiume Hudson, e comincia a lavorare di “pala e piccone”. Dopo qualche anno suo padre preferisce tornare ai campi, in Abruzzo; il giovane Pasquale non torna: è svelto e sveglio, ha delle sane ambizioni letterarie e fa di tutto per poterle realizzare malgrado fosse giunto in America poco più che analfabeta. 

Volere è potere e così comincia con l’americanizzare il proprio nome, che diventa  Pascal. Si attiva, oltre che nel lavoro, nello studio e nel 1924 appare la sua prima pubblicazione: “Son of Italy”: “Io sono italiano”. Dentro non ci sono solo “Pasquale” e “Pascal”, i percorsi di vita non facile in luoghi ed ambienti non sempre capaci ad aprirsi ed accogliere. Dentro c’è anche la grande ricchezza delle tradizioni popolari della Valle Peligna che si incrociano con le fatiche, “i soprusi e le topaie frequentate” e, non di meno, c’è la bellezza di quel senso di fratellanza che ha reso, in America, i nostri emigranti davvero fratelli e il loro aggregarsi antidoto contro la solitudine e la carenza di affetto. Insieme si sono risentiti “in famiglia”, in una vera famiglia. La poesia che riportiamo ce ne dà il senso. 

‘MMA  FANNE  L’APE.    

di  Pascal  D’Angelo

    Stavame tutte alloche, quande i nuostre

lunghe anne de fatiche ’ncumenzirne.

Chije che aecche da lu stesse puoste

vienne pe’ fatià se stanne aunite,

cuscì ’mma fanne l’ape a le cascette,

e fatichene ’nzieme andò lu “bosse”

trove da fatijà pe’ tutte quante.

E nu’, jettate ’nzieme scasalmente,

faciàseme famije pe’ cocch’anne,

quande la morte o i ‘uà ce separirne.

La squadra nostre eve na famije,

genta tranquille e tutte fatijature.

Ce aàme cunusciute già a ’Ntredacque,

ma da quandee stavame a Hillsdàle

nu eravame ’mma pariente stritte.

COME FANNO LE API

Eravamo tutti lì, quando i nostri

lunghi anni di lavoro incominciarono.

Quelli che qui dallo stesso posto

vengono per lavorare rimangono uniti

così come fanno le api nelle cassette,

e lavorano insieme dove il Boss

trova da lavorare per tutti quanti.

E noi, ritrovatici insieme casualmente,

facemmo gruppo per qualche anno,

fino a quando la morte o i guai non ci separarono.

La nostra squadra era una famiglia,

gente tranquilla e tutti lavoratori.

Ci eravamo conosciuti già ad Introdacqua,

ma da quando eravamo ad Hellis Island

noi eravamo come parenti stretti.

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