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MANOPPELLO, IL PAESE DEL VOLTO SANTO

Folklore / 46

di Daniele Rossi

Letteralmente deriva da “manoppio”, cioè la quantità di grano che si riesce a tenere tra le braccia. Dall’etimologia del suo nome si evince l’origine del paese di Manoppello, radicato nella cultura contadina, che un tempo era la cultura dominante dell’intero Abruzzo.  Oggi la struttura urbana del paese rispecchia proprio le abitudini di vita di un tempo. In un centro storico nato sulla sommità del paese si intravvedono scorci caratteristici fra Corso Santarelli e la chiesa di San Nicola, dentro un agglomerato urbano sorto sulle rovine di un’antica città romana, testimoniato dai ritrovamenti archeologici dell’epoca. Intorno al centro storico tante contrade che  si espandono su un territorio molto esteso. La zona più urbanizzata e di moderna impostazione  è quella di Manoppello Scalo. Il nucleo urbano sorto originariamente intorno alla stazione ferroviaria, ha conosciuto una rapida espansione negli ultimi anni, proprio per la sua posizione favorevole. La celebrità di Manoppello è legata soprattutto all’immagine che raffigura il Volto Santo, un telo custodito all’interno della Basilica che porta questo nome e che ritrae il volto di Gesù Cristo. La storia del Volto Santo è antichissima, risale addirittura al 1506, anno in cui un misterioso viandante consegnò la preziosa tela al dottor Giacomo Antonio Leonelli, signore di Manoppello. Dopo circa un secolo l’effige passò di mano, con la sua vendita, a  a Donato Antonio De Fabritiis, un notabile del luogo, che in seguito, nel 1638, ne fece dono ai frati Cappuccini. Gli studi effettuati dal padre gesuita Heinrich Pfeiffer, recentemente scomparso, dal sacerdote Enrico Sammarco, da suor Blandina Paschalis raccontano di una singolare somiglianza con quello della Sacra Sindone. Altri studi indicano l’effige riconducibile al “Telo della Veronica”, menzionato da Dante nel XXXI canto del Paradiso, trafugato dalla Basilica di San Pietro durante il sacco di Roma nel 1527 da parte delle orde lanzichenecche. Uno studio più recente, risalente al 1997, condotto attraverso l’uso di raggi ultravioletti documenta  che sul telo non vi sarebbe traccia di colore e che l’immagine, identica in entrambi i lati, non sarebbe dunque né dipinta né intessuta. Così quella del Volto Santo può essere considerata, a pieno titolo, una delle reliquie più importanti della cristianità.

La Basilica del Volto Santo venne costruita nel 1620 e, col passare degli anni, subì dei rimaneggiamenti architettonici che oggi la fanno somigliare, sopratutto nella facciata principale, a quella della Basilica di Collemaggio all’Aquila. In virtù di questo possesso prodigioso, Manoppello, è sempre stato una delle mete preferite del turismo religioso che, richiama ogni anno centinaia di fedeli, provenienti anche dall’estero. La Basilica fu oggetto di visita, il primo di settembre duemilasei, da parte papa Benedetto XVI che si inginocchiò di fronte al Volto Santo.

Un’altra curiosità architettonica, sempre nel territorio di Manoppello, è quella della chiesa di Santa Maria Arabona, risalente al XIII secolo e realizzata dai monaci cistercensi sul tempio romano della Dea Bona. All’esterno della chiesa è presente un vasto giardino,  vero e proprio luogo di pace e di ritrovo spirituale, dove ogni anno molte coppie  domandano la celebrazione delle proprie  nozze.

Manoppello, in passato, è stata terra di  emigranti per necessità. Molti di questi furono le vittime di un incendio nella miniera di Marcinelle, in Belgio, che provocò la morte di 262 vittime di cui, ben 23,  originaridi Manoppello.

Alla memoria di queste vittime è dedicata piazza Marcinelle, con un monumento dell’artista Pietro Cascella.

Negli ultimi anni il paese  è salito agli onori della cronaca per aver dato i natali al calciatore della Nazionale Marco Verratti, attualmente in forza alla squadra francese del Paris Saint Germain.

Qui molti ricordano ancora quando, da bambino proprio  in  Piazza Marcinelle, tirava i primi calci ad un pallone. ….Un destino ben più benevolo ,rispetto a quello  di tanti suoi compaesani, ha “costretto” Marco ad abbandonare il paese natio e il dialetto pescarese.

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