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benessere /45

di Giuseppe Mazzocco

   Per stare bene bisogna mangiare sano, muoversi con razionalità e resettare le tensioni e le aderenze con un massaggio razionale. Questi tre aspetti del vivere bene (alimentazione, movimento e massaggio) sono i pilastri tipici della prevenzione che, come detto in precedenza, è la medicina dell’uomo sano, che favorisce la nascita del benessere. 

   Il benessere, però, ha un altro profilo di cui poco si parla, ma che riveste un ruolo importante nei rapporti con i propri simili: il valore sociale.     

   L’incontro con gli altri, con il sorriso sulla bocca e con la bontà negli occhi, invoglia chi ti sta davanti ad aprirsi e ad offrirti una condizione di benevolenza. Questa situazione di rappacificazione civile riempie l’animo di disponibilità, creando una sensazione di appagamento e di pace: il benessere sociale, appunto. Si sta bene con sé stessi quando si sta bene con gli altri!

   Il benessere sociale è una sfaccettatura dello stare bene che si aggiunge al profilo del benessere fisico o psicologico o sensoriale e, particolarmente in questa epoca di forzati confinamenti, dovrebbe prevalere in tutti i contatti interpersonali. 

   La pandemia ha irrigidito il cuore del singolo cittadino, creandogli una corazza di indifferenza che lo ha allontanato dal proprio simile. Non esiste più la condivisione del luogo e del tempo per godere della compagnia che, come animale sociale, l’uomo deve avere. La nostra convulsa società, prima del covid, aveva già alzato l’asticella dell’indifferenza, dello stress e dell’intolleranza, creando dei livelli diversi di socialità. Il periodo del lockdown ed i mesi successivi della pandemia, con la diminuzione del lavoro e l’incertezza della stessa salute, hanno aumentato le tensioni fra gli abitanti del “condominio Italia” ed hanno dato corpo ai malesseri che possono portare al caos esistenziale. Il nostro dirimpettaio non è più l’ancora di salvezza quando ci finisce il sale, ma un probabile untore che fa paura. È aumentato il disagio del vivere, che annulla la serenità e toglie l’armonia anche alle primarie forme dello stare assieme, creando l’incertezza per il futuro. L’incontro casuale, sullo stesso marciapiede, porta l’uno a scostarsi dall’altro, guardandosi di traverso e sopra le mascherine! Arroccati nelle proprie solitudini, col telefonino in mano, come cordone ombelicale con l’asettico mondo virtuale dei social, assistiamo alla crescita della paura di stare assieme, che un’informazione piena di contraddizioni continua ad alimentare. 

   Dicono che questa sia una guerra, e forse è vero, ma da questa guerra dobbiamo uscirne, prima di trovarci tutti su un lettino da psicoanalisi o in fila per un piatto di minestra. 

   Ci si chiede, come hanno fatto i nostri nonni ad uscire dalla loro guerra (quella dei cannoni e dei bombardamenti), mentre camminavano sulle macerie di case e di strade, portando nel cuore il lutto per i tanti morti e con una fame che non si spegneva mai? 

   Sono rinati guardandosi dentro e riscoprendo il gusto del vivere in armonia. Hanno ricostruito il benessere sociale, prima di quello psicofisico; hanno goduto nell’aprirsi agli altri iniziando a dare un sorriso e la disponibilità all’incontro. Poco avevano, ma quel poco erano disposti a condividerlo. Non c’era volta che scartando un panino o aprendo un pacchetto di sigarette o sturando una bottiglia di vino non si dicesse all’altro, anche a chi non si conosceva: “vuoi favorire?”. In tutte le zone della nostra penisola, nei dialetti diversi, ma con lo stesso significato, ci si conosceva col “vuoi favorire?”.

   “Vuoi favorire?” era la parola d’ordine per rompere il velo del sospetto verso chi stava davanti e per riavvicinarsi, con un sorriso, ad un proprio simile; era ciò che serviva per stare bene, per ricominciare a vivere con la serenità nel cuore. Il benessere sociale ha riportato i nostri nonni ad aprire le porte di casa per condividere ciò che a mala pena li faceva sopravvivere, ma la gioia di riavvicinarsi all’altro era appagante ed il “vuoi favorire?” era la password per il nuovo mondo.

   “Vuoi favorire?”. Insegniamolo ai nostri nipoti ed il sorriso tornerà ad unirci, anche in tempo di pandemia. I bambini, soprattutto, hanno bisogno di questo insegnamento. La scuola virtuale, l’assenza dei giochi, le ore passate davanti al computer stanno facendo affiorare situazioni psicofisiche che sono ai limiti delle patologie psichiatriche. Il “vuoi favorire?”, allora, può essere il modo migliore per ricreare quella ragnatela di interessi e di sorrisi che sono tipici dell’infanzia, iniziando con l’atto del dare.

   “Vuoi favorire?”. Si, grazie.      

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