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UN DISCORSO SERIO NON PUO’ VALERE SOLO PER LE COSE SERIE

Benessere/43

Il parco

di Lorena Menditto

Proseguo il viaggio parlando del rischio. 

Il rischio, che è collegato anche alla generalizzazione identitaria del problema educativo di chi insegna ai giovani a non rischiare, se non in assoluta certezza, si respira ogni giorno nel reparto di Senologia di Pisa, una dimensione che conosco bene e penso che sia così anche per molti altri reparti di oncologia nel mondo; se si entra senza rischiare è meglio restare fuori, perché una volta varcata la soglia ogni cosa ti indurrà a fare pensieri dolorosi, a piangere, a soffrire per il dolore degli altri, a sentirlo, a camminarci sopra come fa Lucia. Io ho camminato sopra quel dolore, e ho capito che l’utilità del pensiero univoco doloroso poteva fare danni alla mia struttura. Ho così fatto molta fatica nel ricucire le mie ferite adolescenziali, che d’improvviso si sono ripresentate nuove e modificate, ma importanti come piccoli trofei. Ho avuto paura di morire anche io con loro e di non essere all’altezza di prendermi cura di loro. 

Rischio versus costo di una professione altamente prospettica e intrinsecamente orientata al raggiungimento di un obiettivo primario da un alto, ossia salvare una vita e di un secondario, dall’altro, protagonista dei miei desideri più alti: non ammalarmi mentre lo faccio.

Ci siamo. Sembra che il cervello lo abbia capito per bene: per poter uscire, bisogna per prima cosa che si ri-entri. E molti di noi lo fanno spesso, lasciando che sia il comportamento appreso a gestire la fase di rischio. Il rischio si assume bene camminando. La nostra mente ha bisogno, – e per fortuna non mi prendo la responsabilità di essere la prima a dirlo -, di fare un po’ tardi stasera; di camminare e mischiare così un po’ le vecchie e note latenze di Hebb, quando le facilitazioni durevoli delle trasmissioni sinaptiche altro non erano che dimostrazioni di stimolazioni ed eccitazione meccaniche sui meccanismi di memoria e di apprendimenti vari.

Considerando la facilitazione durevole della mia camminata, secondo un personalissimo metodo assai sperimentato ma così poco sperimentale, mi ritrovo spesso in un parco profumato, magari al crepuscolo, l’ora in cui per chi è miope le cose cominciano a perdere i confini, e per fortuna sullo sfondo restano i colori sfumati, le sensazioni, le idee, le speranze. Guardo ora il panorama con il racconto della mia vividissima mente, chissà poi ancora per quanto tempo reggerà e devo ammettere un po’ preoccupata che me lo chiedo spesso di recente, ma senza vederlo proprio bene questo panorama frontale; se non fossi una neuro-maniaca quale un po’ io invece sono, oserei persino pensare che sto filosofeggiando con la scienza. 

La mia mente vede sfocato perché non mi ritrovo mai gli occhiali, li perdo di sera per poi ritrovarli di giorno, quando ormai non servono più, avvantaggiandomi di fatto di una benevolenza che mi da una certa gioia, pari solamente alla sensazione di oblio che ho per le persone che ho dimenticato, per mia fortuna.

Questa è scienza? Oppure una lieta divagazione filosofica dietro al concetto di visione e di circuiti sottocorticali, di un intervento del talamo che rompe di fatto la quiete millimesimale di latenza, in cui la nostra nobilissima, quanto esposta, zona pre-frontale, si concede un piccolissimo riposino, sebbene di 4 mm di secondo, ma pur sempre un riposino, allora è sicuro che la diatriba benevola tra scienza e non scienza è presto risolta dai fatti. 

Certo affermare che la corteccia nobile sia avvezza a fare brevi “pennicchelle”, potrebbe sembrare irriverente per questa monografia e per la corteccia stessa, ma è così: se ci pensate bene, quando il complesso amigdaloideo manda un input alla super nobile zona frontale del tipo “attento al tram!” e, diciamo così, lo schiviamo per bene, vuol dire che la corteccia era abbastanza vigile e sveglia e di ciò ce ne rallegriamo vivamente, anche per lo scampato e drammatico investimento, che si può presumere sarebbe stato fatale; diversamente da ciò, ossia quando il corpo è sfinito dai farmaci, quando vedi donne sfregiate dal dolore, pensi che il gabapentin, che sovente viene prescritto loro per placare ansie e cattivi pensieri, non possa che essere una benedizione celestiale, giunta a salvarci da altri successivi, correlati dolori metafisici.

Ma non è così. Purtroppo la mente è un gioco serio e lei, per l’appunto, quando vuole, si beffa di noi, non dimenticando infatti nulla del dolore e rimanendo sconosciuta, magari, di fronte ad un volto noto. Le tracce del dolore, come si diceva all’inizio di questa monografia, segnano l’anima e tracciano scalfiture cerebrali perenni nel cervello, collocate in zone di localizzazione poco interessanti in questa sede, anche se a ben guardare potrebbe persino trovarsi una traccia di un ricordo doloroso in un circuito sottocorticale, potrebbe persino essere la memoria episodica, con talamo e ippocampo a mostrare i segni del dolore incancellabile.

Quella scoperta misteriosa e affascinante che abbiamo appreso più o meno distrattamente, di una zona frontale che specchia le altrui azioni, dotata di neuroni, appunto, specchio, credo che possa essere la risposta alla domanda iniziale, secondo cui camminare aiuta la mente a risolvere le questioni legate al rischio e, assolutamente si!, camminare nel parco, ormai completamente buio, unisce fisica  e risoluzione parziale di una lontana e preoccupata avversità per le scure pause notturne. E per la paura come va? Dove sono andate a finire le emozioni contrastanti? 

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