HomeLa RivistaFolklore e dialettiDOPO SCUOLA, TEMPO PIENO E…OPEN DAY: SCUOLA O VETRINA?

DOPO SCUOLA, TEMPO PIENO E…OPEN DAY: SCUOLA O VETRINA?

Il dubbio / 44

Doposcuola, Tempo pieno e …OPEN DAY: Scuola o vetrina?

OPEN DAY”: giornata in cui la sede di un’istituzione pubblica o privata viene aperta al pubblico esterno interessato a visitarne le strutture.

 

Sui social, in questi giorni, è un fiorire di immagini e filmati che mostrano a chiunque gli ambienti scolastici nel dettaglio, filmati di attività rappresentativi di quello che la scuola, quella specifica scuola, ovviamente ha già messo in atto negli anni precedenti e li ripropone a garanzia di quanto “potranno” aspettarsi, allievi e genitori, anche nel prossimo anno scolastico 2022/2023.

Di strada se n’è fatta dagli anni 70, gli anni che dettero forza alle prime innovazioni e trasformazioni didattico-organizzative, e che pure incrociarono tante resistenze. La prima di quelle novità fu l’introduzione, nella scuola elementare, delle attività integrative, legalmente battezzate nel 1971. Cos’erano le attività integrative? Erano la presa di coscienza, formale, ufficiale e anche dichiarata, che la scuola delle quattro ore giornaliere, quella del solo leggere, scrivere e far di conto, non bastava più. Aveva fatto tanto, quella scuola, ma, alla luce di esigenze formative che chiedevano e sostenevano, con impegno, che a “tutti i ragazzi” in età di scuola fossero offerte e garantite “maggiori opportunità formative, maggiori attenzioni didattico-metodologiche”.

Tutto questo voleva dire aprire la scuola a più insegnamenti dei quali tanti già pullulavano al suo esterno (sport, musica, arte, danza…), ma anche arricchirla di nuove didattiche, nuovi sussidi, nuove modalità di insegnamento come il lavoro di gruppo e in gruppo, pluralità di laboratori  didattici e di docenti, valutazione collegiale. Contestualmente prendeva anche piede la pluralità dei contenuti e la generalizzazione del concetto di assistenza scolastica. Chiarissimo l’intervento del senatore Giuliano Amato durante il dibattito parlamentare sul “tempo pieno” della scuola elementare: “è un progetto educativo di forte valenza democratica, capace di riscattare, sul piano culturale, larghi strati della popolazione scolastica, cioè di quei ragazzi che a casa non avrebbero mai potuto usufruire di un’assistenza educativa per lo studio e i compiti”.

La sperimentazione delle attività integrative, prima, e l’ufficializzazione del tempo pieno, poi, avevano dato modo di risolvere una sorta di assistenzialismo che era stato a sostegno solo dei meno abbienti, quello attivato dai diversi “Doposcuola” posti in essere soprattutto dai Patronati Scolastici e dai Comuni e aperti alle fasce socialmente più deboli con l’intento di seguire i ragazzi, di pomeriggio e negli stessi locali scolastici,  nel fare i compiti e in attività ricreative come canto, creatività manuale, recitazione.

Oggi lo scenario è diverso, è vero, però  muove i suoi passi proprio da quei lontani anni 70. Il DIRITTO ALLO STUDIO ha scalzato, almeno nominalmente, il senso e il ruolo dell’assistenza scolastica perché coinvolge tutti gli studenti, indipendentemente dal reddito, dallo status famiiare, dal luogo di vita- Questo coinvolgimento si traduce in un impegno continuo di tutti (famiglia, scuola, comunità, istituzioni, ) per il successo formativo di ciascun ragazzo.

L’ “Open Day ha valenza e si giustifica proprio nella sua essenziale specificità: cioè “nell’aprirsi e mostrarsi Scuola, presentando le attività che costituiscono il menù didattico, far vedere i differenti ambienti (luoghi attrezzati) dove, nei diversi momenti, , la socialità si avvia, la scolarità si attiva, rafforza e vive, i luoghi delle didattiche (che saranno differenti a seconda dei percorsi, degli intendimenti, dei sussidi di cui si dispone). In tal modo ogni Scuola si pone come un’istituzione che si caratterizza con una sua fisionomia, un suo stile, una sua impronta e le famiglie devono poter avere modo e tempo per farsene un’idea. 

Basta un giorno? Basta prendere contezza delle strutture? Dei servizi? Dei laboratori? Degli spazi? E’ sufficiente tutto questo? 

Un corpo non è una persona, il teatro non è un luogo anche se entrambi, corpo e luogo, hanno a che fare con persona e teatro. Perché un corpo sia persona e un luogo teatro sono indispensabili l’anima, l’essenzialità di entrambi, quel quid che li rende significativamente vivi e, come vivi, diversi. Una scuola è tale se è animata dall’attività didattica, altrimenti è soltanto un edificio, una somma di spazi chiamate aule, palestre, ufficio, servizi. Un teatro, senza la compagnia che recita e il pubblico che partecipa, è solo un ambiente con delle poltrone, dei palchetti, un palcoscenico, delle luci. 

Vanno animati, scuola e teatro, per essere tali e mostrarsi tali e molto del loro valore lo devono non soltanto e non tanto agli ambienti, ma a chi anima quegli ambienti, alla vivacità e cordialità che si respira, ai silenzi che non si impongono, ma si ottengono, agli interessi che non si comprano, ma si alimentano, al piacere che ci vince e al tempo che s fa veloce.

L’ “Open Day” non è un filmato né un’occasionale passeggiata all’interno di strutture scolastiche tanto “per farci un’idea” di cosa offrono.  Quante volte ci è capitato di osservare una vetrina e convincerci che il vestito esposto andasse proprio al caso nostro? A me più di una volta. 

Siamo entrati, abbiamo chiesto il capo alla commessa, l’abbiamo provato e riprovato e non l’abbiamo comprato. Come mai? Non certo per il prezzo che già ci era noto in vetrina, neppure per il colore o la foggia. Non l’abbiamo comprato perché addosso non ci convinceva. Ad un altro sarebbe andato benissimo, a noi no. Qualche volta non l’abbiamo comprato perché la commessa, per quanto professionale, l’abbiamo avvertita distante. 

E’ successo anche l’inverso. In altre occasioni, e magari entrati in un negozio per un paio di pantaloni, ne siamo usciti con l’aggiunta di camicia, cravatta e cappotto. Ci avevano convinto la professionalità e l’attenzione della commessa, la disponibilità accogliente del proprietario. 

L’ “Open Day“ dev’essere una scuola che si apre quando è scuola, quando consente di essere colta nella sua vitalità e vivacità, nel suo fare. La mia, da genitore, non è una scelta facile. Optando per una scuola o per l’altra, devo potermi fidare della struttura, degli spazi, degli arredi; sicuramente è importante anche la vetrina, ma soprattutto devo potermi fidare dell’apparato professionale e della sua capacità di empatia. Non basta un pianoforte a fare di un bimbo un musicista, né una palestra a farne uno sportivo. E’ importante, però, che incontri in quel luogo sensibilità musicale e agilità fisica, tanta quanto basta a innamorarlo e contagiarlo. 

Per scegliere una scuola “contagiante” in positivo, un’occhiata e un giorno non bastano e men che meno ha senso ridurre l’ Oper Day nei limiti di un filmato Facebok o Whats App. 

Due surrogati di vita, che vita non sono, con la presunzione di presentarci la “Scuola” che non solo è vita, ma è anche “maestra di vita”?

 disegno di legge n. 1306, approdato nella Legge n. 53 del 28 marzo 2003:

Altri Riferimenti:

L. 18 marzo 1968, n. 444 (che istituiva la scuola materna statale)

la legge 24 settembre 1971, n. 820 (che avviava il tempo pieno “statale”)

 legge 6 dicembre 1971, n. 1044 (che istituiva gli asili nido)

Nessun Commento

Inserisci un commento