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LA MENTE SUONA I PENSIERI ( seconda parte )

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Cosa rischiamo quando amiamo?

di Lorena Menditto

“non mi piace stare ferma in un mondo in movimento, nel quale non posso prendere il ritmo perché non lo conosco” 

                                                                                                 

Eravamo rimasti qui, ad un complesso intreccio di dialoghi interiori che ci condurrà inevitabilmente, verso un discorso difficile: un discorso difficile con brio, che è alla base della paura.

Potrei raccontare cosa può scuotere l’animo umano e sarebbe molto complesso per me farlo in questa sede discorsiva, oppure potrei, senza ulteriori difficoltà o indugi, proseguire sugli aspetti neuro-scientifici affrontati all’inizio, (v. Centralmente La Rivista della Domenica n. 42/2022): eppure non farò nessuna delle due cose e intraprenderò una terza via, quella del rischio.

Cosa rischiamo quando amiamo? La stessa cosa di quando abbiamo paura? In parte necessariamente si, per via di quei circuiti sottocorticali interessati dalle emozioni, stimolati dall’amigdala, dal talamo e da tutto ciò che di più interno abbiamo nel cervello. Nella malaugurata ipotesi che ci capiti di subire dei traumi cerebrali, in funzione dell’estensione della zona colpita e delle varie modulazioni di gravità, potremmo fare l’esperienza di accorgerci che, se adeguatamente trattato, il cervello è in grado di organizzare in maniera plastica le zone di mutuo soccorso. 

Immaginiamo la materia grigia come una gelatina che contiene la vita cellulare, i neuroni, le sinapsi e contemporaneamente anima i pensieri, le emozioni e la vita mentale della persona; come in un sillogismo di aristotelica memoria, non è ardito postulare l’enunciato, prettamente causale, che se il cervello subisce un trauma, la mente ne mostrerà la ferita. 

La somiglianza ingannevole tra la pioggia e la lacrima umana, io riesco a vederla anche tra la localizzazione cerebrale molto protetta dell’amigdala e del talamo con la medesima profonda difficoltà di collocare, meta cognitivamente parlando, la paura all’interno del nostro mondo delle idee, senza scomodare – per ora – gli aspetti psicodinamici del funzionamento del mondo inconscio. 

Finché potremo restare sugli aspetti della “Terra ferma”, con le evidenze basate sui fatti, lo faremo, poiché le cautele quando si tratta di scendere negli inferni, non sono mai troppe.

Ma dobbiamo ricordarci che non ci basterà, e che le idee e i pensieri si snodano all’interno di temerarie e inafferrabili lotte dicotomiche, come dicevo all’inizio di questo viaggio. L’amore con l’odio, la vita con la morte, giusto con sbagliato, nero con bianco, perduto con ritrovato, scoperto con nascosto, felice con triste, incerto come chi decide di aprire una lettera d’amore oppure di tenerla chiusa per sempre, senza leggerla mai, prudente come chi resta in silenzio di fronte al potere creativo del cervello oppure coraggioso, quando decide di lasciare al pensiero il coraggio di far parlare le idee ad alta voce.

La gelatina che si muove plasticamente si adatterà al contenitore della scatola in cui si trova, prendendone altresì la forma, come nei giochi dei bambini, per questo sarà nuovo e creativo il prodotto di questa sintesi, ed è anche per questa ragione che non possiamo vivere senza le paure o azzerando il rischio di averne.

Che poi mai avrei pensato di fare incidentalmente proprio io da Caronte al lettore che vorrà addentrarsi nelle vie segrete della mente paurosa, poiché, di solito, smarrisco molte cose, e non solo, metaforicamente parlando, oltre ad avere molte paure, che cerco di evitare qui.

Quando si scrive un breve articolo come questo, non si può tornare indietro, perché sarebbe come dire che si può spostare la lancetta del tempo.

Io non sono più la stessa persona che si è seduta qui qualche settimana fa, ho modificato, da qualche parte, la mia mente scrivendo i miei pensieri e, pensandoli attentamente, sono probabilmente cambiata anche biologicamente.

Potrei dire che ho modificato quel pezzetto del mio DNA catalogato come paura di sbagliare e nello scrivere ho incrementato, spero, la mia riserva cognitiva, alla quale cercherò di poter attingere, quando dovessi invecchiare senza i ricordi; di fatto ora non mi resta che stabilire se proseguire nel viaggio oppure cambiare la rotta, ma conoscendomi bene non lo farò.

E vi dico perché.

Resterò qui a cercare di condurre questo dialogo interiore contaminato dalle scienze per rappresentare la mia personale visione di un mondo mentale, scosso da tempi veloci, fatto da eventi irripetibili e non da cose, sperando che piaccia anche a voi farlo con me. 

La mente può viaggiare sul tempo, ma sarà una mente che pensa il pensiero p* e che, nella rimuginazione mentale che tutti facciamo e anche voi, ora insieme a me starete facendo, saremo condotti necessariamente a p**, poi ancora a p*** e via dicendo, nella speranza di aver le forze per un numero sempre più indeterminato di pensieri. Una lunghissima serie di bonus di vita, per dirla come la direbbe Stefano Benni.

E se invece mi fermassi ora? 

A me è bastato leggere un tema di una giovane adolescente romana per trovare, con splendida chiarezza, le ragioni per proseguire. Lucia di 13 anni (nome di fantasia) scrive così il suo senso del tempo: “non mi piace stare ferma in un mondo in movimento, nel quale non posso prendere il ritmo perché non lo conosco”.

Il mondo di Lucia viaggia sul tempo veloce della retrogradalità, non teme la perdita dell’unicità, ma sente il movimento, senza poterlo prendere; un movimento che sfugge al ritmo, che Lei non riesce a cogliere, perché non lo conosce, eppure ci vive sopra. 

Lo respira, lo agisce, lo attraversa. 

Mi piace pensare che questa giovane ragazza stia vivendo su un ritmo metamorfico, in cui non basta essere nel fatto, per dire di averlo vissuto; i giovani ci raccontano una storia che noi abbiamo dimenticato.

Noi che ricordiamo tutto e ci ostiniamo nel contrastare l’oblio, noi adulti potremmo ricominciare da Lucia. Potremmo cominciare a pensare non solamente al pensiero intersoggettivo, ma imparare a fare anche altro, entrare in una dimensione intra-soggettiva. 

Potremmo imparare a stare fermi.

E mi chiedo: abbiamo bisogno davvero di sapere molte cose per poterne dimenticarne una parte? Di quanti errori casuali abbiamo bisogno, prima di poterci permettere l’errore ricorrente?

Probabilmente si: abbiamo bisogno di tutto questo e questa potrebbe essere persino espressione di una nuova ansia millenaria.

Raccolgo i pensieri e concludo questa parte, sperando di rassicurare il lettore giunto fin qui, che non smetterò di fare questo viaggio all’interno di quello che sembra proprio un presagio, un purgatorio atto conoscitivo; mi prenderò il rischio di sbagliare e, necessariamente, di cadere.

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