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L’ISOLA CHE NON C’E’?   

IL DUBBIO / 43
di Enea Di Ianni
Seconda stella a destra, questo è il cammino
 e poi dritto fino al mattino.
 Poi la strada la trovi da te:
 porta all’isola che non c’è

L’isola che non c’è” alla fine c’è, è in ognuno di noi lì, tra le cose che la fantasia impasta e colora di tanti momenti particolari e che, complice, il cuore tiene in vita e al caldo per soccorrerci tutte le volte che il “fanciullino” ha bisogno di evadere. Qualche volta può accadere di identificarla fisicamente in un luogo ed allora l’isola che non c’è prende forma concreta. La mia si chiama Castrovalva e provo a condurvici. 

…Sto salendo verso Castrovalva, stupendo borgo abruzzese, frazione di Anversa degli Abruzzi, che domina e sovrasta le Gole del Sagittario, quasi vigilando su di esse, su chi va e chi viene, su quel che accade, e lo fa in assoluto silenzio. La strada è comoda anche se non larga; il fondo è asfaltato e sul ciglio non roccioso, quello che dà sul dirupo sovrastante la statale Sannite, quella che porta a Villalago, Scanno, Frattura passando per Bugnara e Anversa, sono state posizionate protezioni in ferro, tubolari di ferro ancorati a mo’ di ringhiera-parapetto.

L’ora è presta, almeno per me: sono le otto di mattina, una mattina di inizio agosto. C’è abbastanza luce, un bel chiarore anche se i raggi del sole stanno ancora tentando di arrampicarsi sul versante opposto della strada, quello dietro il caseggiato abitato.

So che appena avremo oltrepassato la stretta galleria sulla sommità della via saremo completamente irrorati dalla luce, luce piena, solare, che già sommerge la Valle Peligna e si adagia su Bugnara, Cocullo, Prezza e parte di Anversa.

Non so perché, ma tutte le volte che sono andato a Castrovalva l’attraversamento di quella specie di cunicolo scavato nella roccia viva mi ha richiamato alla mente il senso del trapasso, il passaggio in un altro mondo, una specie di ingresso, da vivo, in una dimensione altra, un aldilà che sta qui. E’ accaduto sempre, di giorno e di sera, viaggiando da solo o con altri. L’ “oltre” quella galleria mi ha sempre creato ansia, l’ansia di un minuto o poco più, ma pur sempre ansia che, poi, dileguava all’altezza della fontana posta all’ingresso del borgo, subito dopo l’ultima curva che immette in un abitato da favola.

Le finestre delle case, a Castrovalva, non sono finestre, ma occhi, tanti occhietti vispi che scrutano, curiosi, i movimenti di chi arriva o si diparte. Le porte sono bocche che alitano, con gli odori di una cucina genuina, gentili inviti ad accedervi, ad osare l’ingresso, un’entrata che pare attesa, accogliente. Mai negata.

La cura dell’abitato, la pulizia naturale dei vicoletti – abbelliti e vivacizzati da filari di vasi in fioritura – sono un minimo assaggio della grande ospitalità della gente del posto, non tanta, ma davvero speciale.

I conforts del nostro tempo sono racchiusi tutti in un unico punto vendita che fa da Bar, da Caffè, da Sala giochi, da rivendita di alimentari, da luogo d’informazione gratuito e spazio  concesso per una partitina a carte tra amici datati.

La piazzetta, che s’apre al termine del ciottolato di pietra, è intonata con tutto il resto: alla piccola chiesa che su di essa si apre, al palazzo non grande che ha sapore di nobiltà andata, alla fontanella canterina che, instancabilmente, versa un’acqua speciale soprattutto ne momenti di calura, alla raggiera di vicoletti, le “ruvelle”, che s’aprono, invitanti, in percorsi intriganti.

Castrovalva è, ancora, il luogo degli annuali incontri estivi di poesia dialettale abruzzese con poeti ansiosi di declamare i versi nei loro idiomi e i villeggianti pronti a farlo in lingua.  Castrovalva continua ad essere il borgo che ha accolto e ospitato, per una giornata intera, sempre a metà giugno e per un buon decennio, schiere festanti di bimbi e bimbe, genitori, nonni, insegnanti e collaboratori scolastici delle Scuole dell’Infanzia del Circolo Didattico “Giuseppe Lombardo Radice” di Sulmona. 

L’allegro vociare dei bimbi contagiava, in un attimo e di buon mattino, il luogo incuriosendo e animando i pochi abitanti che andavano a confondersi, gioiosamente, con gli adulti ospiti. 

Intorno alle 14 si attutiva il vocio, cessavano i giochi e la piazzetta, accogliendo tavolate variopinte, si trasformava in “Piazza affari”: luogo di scambi culinari e d’intercettazione di sapori e odori svariati e apprezzati.

Al calar del sole si ricomponevano le fila per l’ultimo canto della giornata, anche quello condiviso come gli alimenti a pranzo. 

Si tornava a valle, in città, ubriachi di vita, di colori, di volti, di sole, di aria, di acqua, nelle orecchie lo scampanio del gregge di nonno “Angelo” che, prima di salutare quella fioritura di bimbi, aveva voluto conceder loro di poter carezzare i novelli nati: agnellini e capretti belanti, la nuova ricchezza di quell’isola montana. Un’isola che c’era e che c’è. Basta cercarla.

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