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LA POVERTA’ MADRE DEI SOGNI?

IL DUBBIO /42 

di Enea Di Ianni

Ce lo siamo, e ce l’hanno, sempre ripetuto che è il bisogno ad aguzzare l’ingegno, a stimolare l’inventiva e, poi, a metterci in moto per provare a soddisfarlo. Ci siamo anche convinti che la povertà sia la madre dei bisogni. 

Quando si manca, si è privi, di tanto – se non di tutto! – non ci vuole molto a capire che si attiva da sola la voglia di cercare la strada per giungere a soddisfare un bisogno.

Noi, bimbi di montagna, abbiamo fatto fatica a capire cosa fosse il bisogno di acqua. Ne avevamo tanta in paese, tanti ruscelli, un fiume, dei laghi e, soprattutto intorno agli anni 50, andavano prendendo piede, all’interno delle abitazioni di tanti – non di tutti! – le “fontanelle”, “l’acqua in casa”, come si diceva, le fontanelle  che mandarono in soffitta e nei fondaci le “conche” di rame. Proprio quelle “conche” che, per tanti anni, avevano reso l’acqua, per i nostri nonni e genitori, un bene da custodire e centellinare, un bisogno tanto faticoso per l’approvvigionamento.Si percorreva un bel po’ di strada, non di certo asfaltata né comoda, per raggiungere la “Fonte vecchia”, il punto dove tutti andavano ad attingere acqua e non una volta al giorno, ma più volte.

E’ vero che quegli stessi luoghi, meta di faticosi via vai giornalieri, si coloravano di tanti momenti piacevoli consentendo alle ragazze di ciarlare tra loro nell’attesa che la conche si riempissero e ai corteggiatori – timidi giovincelli di paese che tentavano di apparire più grandi della loro età – di imitare, malamente, i divi del tempo nel tentativo di riuscire meno impacciati e capaci di coprire la goffaggine dei loro primi approcci amorosi.

Proprio quei via vai da casa alla “Fonte vecchia”, determinati dal bisogno di acqua, si erano, nel tempo, trasformati da momenti faticosi a momenti attesi, piacevoli al di là e malgrado le incombenze da cui derivavano.  Tutti sapevano, tutti tacevano, tutti fingevano, tanti sognavano e tanti altri rinverdivano sogni che, comunque, parlavano di amore e fatica e di fatiche d’amore.

La povertà, è vero, ti priva di tanto, forse di troppo, però in cambio ti regala anche insperati momenti piacevoli, di gioia vera. Non ti fa morire di abbondanza, ma ti consente di vivere con piccoli assaggi di piacere, un piacere desiderato, atteso, pregustato e che, quando arriva, non ti sovrasta perché ogni volta elargito a piccole dosi e quel poco, che al momento deve bastare, lo degusti fino in fondo, centellinandolo. 

Il povero non sogna cose gigantesche, sogna come mangia: a piccoli morsi; non accumula chicchi di grano in grandi granai, non può farlo perché non ha sacchi di grano e non possiede granai. Il povero vive alla giornata e di quel vivere apprezza e degusta ogni morso, ogni attimo mentre il suo pensare non si posa, non si concede soste. Il suo pensare, proprio mentre prova ad appagare i morsi della fame, è già preso dall’urgenza del nuovo prossimo bisogno che già incalza. Non è incapace però, il povero, di dar vita a    grandi progetti: è solo preso da tanti bisogni che si avvicendano l’uno dopo l’altro, bisogni di sussistenza che non gli consentono distrazioni perché ne va di mezzo la sopravvivenza.

Man mano che i bisogni più elementari trovano soddisfazione, è connaturato all’essere umano ambire ad altro. Non dimenticando mai che è in noi, in ciascuno di noi il pensiero, che mai si arresta, proprio quando i bisogni urgenti e fondamentali ci toccano, il pensiero affianca ad essi i sogni, il vedere “oltre”, al di la del limite. 

Cosa sono i sogni? “I sogni son desideri di felicità…”, sono voli di pensiero che raccolgono la spinta dei bisogni e trovano la forza di andare oltre, sempre un tantino oltre.

Ho fame, ho bisogno di alimentarmi. Ricerco l’immediata soddisfazione mordendo un panino che, dato il forte desiderio del momento, diventa altro da sé: ha sapore, gusto e mi fa star bene. Cessato l’input, calmati i morsi della fame, si cheta il corpo. La mente, però, il pensiero, deconcentrandosi, rimane produttivo e va: in un attimo associa al panino altri aromi, nuovi sapori e comincia a disegnare, idealmente, tavolate dove vanno a collocarsi svariate pietanze, ogni ben di Dio. Senz’altro è sogno, un sogno ad occhi aperti, ma è anche progetto, un’aspirazione di vita a cui tendere e un futuro per il quale impegnarsi.

Nel 1954 Abraham Maslow, psicologo, rappresentò la gerarchia dei bisogni umani con una piramide, un modello motivazionale dello sviluppo umano. Dalla piramide di Maslow si evince che nella vita di ciascuno di noi il bisogno è la molla di tutto. Il bisogno dà vita alla motivazione, è vero, ma non v’è dubbio che la stessa motivazione, poi, genera ulteriori bisogni. 

Una volta soddisfatti i bisogni più elementari, prendono sopravvento e urgenza quelli immateriali come l’essere amati e l’amare, il bisogno di stima, di approvazione e rispetto e, poi, quello di autorealizzazione.

Tutti, venendo al mondo, ci ritroviamo nel grande gruppo dei bisognosi; ci siamo tutti, ma non tutti siamo, di fatto, nella stessa condizione sul piano fisico e su quello sociale. 

E’ innegabile, perciò, che non tutti gli esseri umani vivono i bisogni primari alla stessa maniera: c’è chi deve “faticare” per poterli soddisfare e chi, invece, è in una condizione ottimale per cui il percorso si fa agevole e l’ascesa ai diversi piani della piramide non dovrebbe apparire pesante. Però… Sì, un “però” può starci, anzi c’è se consideriamo che i bisogni superiori implicano, in crescendo, il coinvolgimento attivo di “altri” soggetti diversi da noi. Il rispetto reciproco, l’amicizia, l’accettazione come capacità di accogliere ed essere accolti, l’amore appartengono alla sfera della libertà nostra e altrui e perciò hanno bisogno di reciprocità, reciprocità autentica, e si fondano non sull’ avere, ma sull’ essere.

Per questo ciascuno di noi, nella scena della vita socio-affettiva, deve volere e sapersi collocare in posizione di “ricercatore” e “donatore”: ricercatore d’affetto, d’amicizia, di rispetto, d’amore e donando, rispettosamente, il nostro affetto, la nostra amicizia, il nostro amore. Donando quel che abbiamo, quel che già dev’essere in noi.

                     I sogni son desideri”, dal film Cenerentola, testo e musica di Marck David, Jerri Livingston e Al Hoffman.

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