HomeLa RivistaFolklore e dialetti”LOCHE”  di L. Monaco

”LOCHE”  di L. Monaco

ABRUZZESITA’ POETICA/ 40/

”LOCHE”  di L. Monaco

E’ difficile immaginare la guerra quando la guerra non c’è, così com’è difficile immaginarsi la pace quando non la vivi. La loro assenza fa in modo che si attenuino anche i loro effetti. “Le sazie nen crede all’addejùne” è un saggio detto abruzzese: chi è a stomaco pieno come può immaginare  cosa voglia dire stare a digiuno?

Sono esperienze estreme che si vivono e sentono sulla pelle da parte di chi le vive.

E’ però vero che, al di là delle fitte dolorose o del piacere che vivono i protagonisti, tutt’attorno prendono corpo, contemporaneamente, una serie di fatti minori che, solo più tardi, ci accorgiamo essere stati conseguenziali.

Oggi, in diversi piccoli borghi nostrani, si vive lo spopolamento e, soprattutto, il venir meno della presenza dei bambini, quelli che, quando ci sono, possono turbare, con i loro giochi vocianti all’aperto, la quiete altrui.

Stranamente, però, proprio quando si verifica, quella carenza non arreca i benefici altrui perché la quiete ha senso quando la si sperimenta e la si confronta all’esperienza di chiasso, quando si pone come alternativa ad esso e si sperimentano entrambi.

La poesia “LOCHE”, del poeta Luigi MONACO, dialetto di Introdacqua e già presentato ai lettori di “Centralmente” è la sottolineatura di un “effetto” che, rivissuto nella memoria del poeta, riconduce alla causa: un’altra guerra che, ancora una volta, porta via compagnie giovanili e sapori di vita.  

L O C H E

di Luigi MONACO 

Loche

a lu scevularielle

de Peppine ze’ Bette.

I’ steve na matine

a ‘spettà j’ autre uegliune

pe’ j’ azzunenne

pe’ le terre

o ammonte a la Fonta Vecchie

a la forme lu Mulne

acchiappà a pretate i miérvele.

Ma nen  meniette nesciune

chela matine.

Lu jorre ‘nnanze

eve recumenzate n’àutra guerre.

LI’

a lo scivolo

di Don Peppino.

Aspettavo una mattina

altri ragazzi

per andare in giro

per i campi

o verso la Vecchia Fonte

o al ruscello del Mulino

a tirar sassi ai merli.

Ma non venne nessuno

quel mattino.

Il giorno avanti

era ricominciata un’altra guerra.

(E. Di Ianni)

Luigi MONACO, Val di Contra, Ed. La Moderna SULMONA (AQ) 1976, pp.44-47

La velocità, con la quale vanno le cose del mondo e nel mondo, offre al poeta di Collelongo, Walter Cianciusi, lo spunto per una riflessione che tocca ciascuno di noi e, in questi utlimi tempi, sta toccando anche l’Accademia della Crusca impegnata a chiarire, riconoscere o disconoscere il diritto d’asilo, nella lingua italiana, a neologismi che toccano la nostra lingua. Ad ogni novità che l’industria ci pone di fronte, all’apparire di qualsivoglia oggetto, prendono vita parole su parole che, poi, “televisione e moviole” fanno a gara nel proporcele e riproporcele fino a che, quei termini, non entrano nel nostro abituale linguaggio. Ma sono termini vuoti, nati al momento per non dire niente tant’è che la stessa industria, che li ha coniati per un dato prodotto, con rapidità indicibile passa oltre modificando prodotto ed etichetta.

Parole vuote per oggetti senz’anima, parole parole parole, nient’altro che parole, proprio come cantava la Mina italiana. 

Ma noi abbiamo bisogno di parole? Di suoni vuoti, appiccicati l’uno accanto all’altro così, per il gusto di farlo o, invece necessitiamo di qualcos’altro?

Abbiamo bisogno di altro, non v’è dubbio  e il poeta Cianciusi non ha esitazione: gli antichi sentimenti, quelli che muovono dal fondo del cuore, non occupano più la scena linguistica. C’è una sterilità espressiva intorno al mondo sentimentale. 

Ma mancano le parole o i sentimenti? Se, come chiude il poeta, nessuno inventa più frasi d’amore è perché non c’è amore o perché manca creatività espressiva?  

O, forse, stanno venendo meno modelli di vita e di linguaggio legati ai sentimenti?  

“PAROLE NOVE”

di Walter Cianciusi

Sénte, chempare mi’, quante parole

che vave recaccènne? Abbasta gnente,

qualunque cosa nòva ’n faccia a sole,

magara che nen serve a ’naccedènte,

e te cce fave cénte e cchiù parole!

Le pégge ne nn’è quéste: è che la gente,

che lla talavesione e le meviòle,

ze ll’àva da mparà tutt’all’ammèmte.

Tante parole pe nen dice cria

ca le còse addò stave appeccecate

la ndùstria che le fa, prèste le scria.

Ma i senteméte antiche de ji còre

voce nen téve chiù, stave affecate:

neciune ammènta chiù frase d’amore!

PAROLE  NUOVE

Odi, compare mio, quante parole

vanno inventando adesso? Basta niente,

qualunque cosa nuova, sotto il sole,

che magari non serve a nessun uso,

e ci inventiamo su cento parole!

Il peggio non è questo: è che la gente,

con la televisione e le moviole,

è costretta a mandarle tutte a mente.

Tante parole per non dire niente,

perché ciò ne resta etichettato

l’industria che lo fa presto lo disfa.

Ma i sentimenti radicati nel cuore

Voce non hanno più, sono soffocati:

nessuno inventa più frasi d’amore!

(E. Di Ianni)

Nessun Commento

Inserisci un commento