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ANNO NUOVO, VITA NUOVA?

Il Dubbio/ 39

di Enea Di Ianni

Bene o male, abbiamo archiviato il 2021 e, più o meno, l’abbiamo fatto col solito rituale: un sorso di spumante beneaugurante, abbracci incerti tra l’osare e il temere, una sbirciatina fuori, dal balcone o dalla finestra, con l’occhio e l’orecchio che cercano segnali, suoni, rumori capaci di ricondurre ai Capodanni che si era soliti vivere e ricordare. 

Dalla strada giunge qualche scoppio di botti di straforo che va a mescolarsi ad un accenno, tentato, di schiamazzo e a poche, timide strombazzate di auto che osano, per strafare,  un’accelerata con motore a folle. 

Lo schermo televisivo continua, da qualunque emittente, ad ammannirci una festosità che non sembra risentire, come noi, di un clima di contenutezza, di moderazione e vitalità frenata.

Due anni di “chi va là?” non passano senza strascichi e non cessano col cambio di pagina       di un calendario e, ancor meno, conteggiando, alla rovescia e in coro, quei… “meno dieci, nove… otto… 

L’avvicendarsi degli anni, ma anche dei mesi, delle settimane, dei giorni è sempre un mettere a confronto ciò che è con ciò che sarà, un dato già sperimentato ed uno ignoto, tutto da venire e sempre, in questi passaggi e in queste attese, l’elemento dominante, più che l’ansia – che pure è giustificata – è la speranza: pensare e volere che il futuro si proponga migliore dell’appena trascorso, del passato prossimo e di quello remoto. Anche dell’imperfetto!

Nel 1832 Giacomo Leopardi, nel “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” , mettendo di fronte due personaggi  a modo loro interessati a cose diverse (l’uno, il viaggiatore, a soddisfare la curiosità che, di per sé, si poneva come motivazione del suo essere “passeggere”, della voglia di andare, e l’altro, il “venditore di almanacchi” proiettato a vendere il prodotto e, perciò, a qualificarlo rispondente alle aspettative del potenziale cliente), non fa altro che rendere espliciti gli atteggiamenti propri dell’animo umano e che possono sintetizzarsi nell’aspettativa del meglio e della felicità.

Perciò alla domanda del “passeggere” se l’anno nuovo sarà felice, il venditore di almanacchi non ha dubbi: certo che sarà felice. Felice come? Come l’anno passato? Come l’altro passato prima? Molto, ma molto di più. Il “passeggere” compra, il venditore vende; ciascuno, a modo suo è soddisfatto per essersi sentito dire quel che voleva ascoltare. 

Proprio come noi. Ci piacerebbe che le cose andassero come vorremmo, anche se quel come è sempre ondivago, oscillante, cangiante.

Lucio Dalla, nel 1979, sempre sull’anno nuovo, scrive una canzone: “L’anno che verrà…”

La scrive ad un amico che è molto lontano e lo fa, come dice, per distrarsi un poco. 

E’ importante distrarsi, lo è sempre stato e lo è ancora di più oggi, con l’inizio del nuovo anno. Perché? Perché l’anno vecchio è, sì, finito, ma “qualcosa ancora non va”…! E quel che non andava allora, nel 1979, non ci è affatto estraneo oggi.

Si esce poco la sera compreso quando è festa… e si sta senza parlare per intere settimane…” Uscire, parlare… uscire per incontrare e incontrarsi e per parlare. 

Non si può parlar da soli, non ha senso e, prima o poi, si finisce col perdere l’abitudine all’uso della parola e all’incontro-confronto con l’altro. C’è una speranza per “L’anno che verrà”? 

Pare di sì, l’ha detto la televisione: “…il nuovo anno porterà una trasformazione”, perciò c’è attesa, tanta attesa anche se la televisione non è più quella del 1979, ma quella del 2022, quella che ha smarrito il senso dell’importanza di suscitare e inventare speranze e che preferisce comunicare bollettini a iosa: di guerra, di morte, di sofferenza, di stenti, di povertà, di vessazioni, di violenze, di abbandoni.

Eppure costruire speranze, per stimolarci nell’illusione che possiamo realizzarle, non è una presa in giro, è la molla del vivere che dà senso alla vita, a quella di ieri, a quella di oggi e a quella di domani.

Negli anni 60, con l’arrivo delle festività natalizie e di fine anno, i Barbieri

erano soliti omaggiare i loro clienti con dei calendarietti tascabili, profumatissimi e ricchi di immagini femminili, di belle ragazze. Andavano a ruba quei minuti e colorati “Zodiaci” che avrebbero senz’altro profumato le giacche di tanti uomini, ma, soprattutto, stimolato in loro illusioni e costruito speranze da riporre nel nuovo anno come favole da poter vivere.

Per il 2022 abbiamo bisogno proprio di questo, di speranza, tanta speranza da permettere a ciascuno di noi di tuffarci nell’illusione che il meglio c’è, esiste anche per noi, per ciascuno di noi. ( v. la Poesia  Capodanno senza affanno riportata più in basso ndD)

Anna Salvaje ammoniva che non si può vivere una favola se manca, poi, il coraggio di entrare nel bosco. E’ vero, ha ragione. Ma noi nel bosco ci siamo entrati e da un pezzo anche. Ora è tempo che, da bravi Pollicini, ci adoperiamo, tutti, per venirne fuori e non servono ricette e suggerimenti, serve determinazione, voglia di vita e la speranza che a farcela possiamo essere tutti e non uno su cento. Buon 2022 e… buona favola a tutti!

                       Giacomo LEOPARDI, Operette morali, 1832.2

 

 

Capodanno senza affanno 

Scusate se vi parlo con affanno

perché la bocca me la copre un panno

che mi ripara. Quasi una barriera

fatta di stoffa, sempre un po’ più nera,

 

che serve contro certe inalazioni,

per evitar contagi ed infezioni,

e, intanto, va a coprire anche il sorriso

ch’era la vera luce d’ogni viso.

 

Buon Anno a tutti, anche a chi non vedo

per colpa del vapor – almeno credo! –

che sale dalla bocca e va alle lenti

rendendo gli occhialuti non vedenti.

 

Buon Anno anche se mancano gli abbracci

e crescono, pian piano, i poveracci

per tante attività non funzionanti

e, pure, per carenza di contanti.

 

Buon Anno proprio a tutti, amici cari,       

costretti, come me, ai domiciliari

con qualche oretta d’aria e controllati

pur se innocenti e mai processati.

 

Col “Ventidue” non c’è più il Ventuno… l’augurio è che non pianga più nessuno,

che torni, dopo il buio, tanto sole,

che tornino a fiorir rose e viole.

                           

Torni la compagnia per chi è solo,

torni l’amore, riprendiamo il volo

e finalmente, senza mascherina,

anch’io possa vederci come prima!

E. Di Ianni

 

     

 

 

 

 

 

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