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GIOCO IN PARALLELO E GIOCO SIMBOLICO NELLA SCUOLA DELL’INFANZIA

Benessere/37

di Giuseppe Mazzocco

Il gioco deve portare il bambino ad aprirsi verso l’altro.. a collaborare per una meta comune… a vedere nel coetaneo il “compagno ludico”….

   Da un punto di vista psicologico il bambino, quando entra nella scuola dell’infanzia, tende ad essere solitario.

   Se inserito in un gruppo che gioca ignora la meta comune e porta avanti il suo fine.

   È il periodo del gioco parallelo, della ripetizione, personalissima, di una “espressione” che ha osservato da un altro bambino o dal mondo reale.

   Cento bambini, di questa età, su di una spiaggia farebbero cento castelli di sabbia, non un solo grande castello.

   In questo periodo non ha il gusto per l’équipe; è un egocentrico; può giocare, divertendosi, da solo. Intanto comincia a proiettarsi verso l’adulto, a raccogliere stimoli dal mondo dei grandi; è il momento del gioco imitativo-socializzante. È il momento del gioco simbolico.

   Nel gioco, il bambino si comporta come ha visto fare dai grandi; simulando comportamenti ed espressioni verbali, conosce la realtà e la vive come sa fare: giocando. In questo modo interagisce col mondo dei grandi e ne condivide i modi ed i tempi, secondo i suoi ritmi, arricchendo l’immaginazione e stimolando la funzione conoscitiva, per una più completa integrazione  

   Per il primo periodo della scuola materna, i giochi devono avere caratteristiche di imitazione, in quanto lo spirito creativo infantile non ha ancora un potere costruttivo tale da far scaturire ex-novo qualsiasi cosa; è gioco imitativo quello che vive il bambino ed è con questa forma di gioco che bisogna “dialogare” con lui per portarlo al gruppo, aiutare lo sviluppo della sua fantasia creatrice e condurlo verso una voluta attività motoria, che possa essere esteriorizzazione dell’unità psicofisica.

   Giochi con mete ludiche immediate, che lo mettano al centro dell’attenzione; con giocattoli che siano suoi e solo suoi; con uno spirito che escluda la più elementare forma di rivalità.

   Senza voler riportare tutte le definizioni di gioco, né preferirne una al posto dell’altra, ricordiamo che è un mezzo essenziale per i suoi primi contatti con il mondo esterno e per assicurargli il pieno dominio dei sensi e dei gesti.

   Partiamo, sempre, dall’assiomatica convinzione che il gioco è una necessaria manifestazione bio-fisio-psicologica e che (in qualsiasi tempo) esso si manifesta come la più autentica espressione di vita.

   I giochi devono essere calibrati e rispettare tutte le regole che la psicologia infantile detta. Il gioco deve portare il bambino ad aprirsi verso l’altro; a collaborare per una meta comune; a vedere nel coetaneo il “compagno ludico”; ad accettare la rivalità giocosa; a ridimensionare il concetto di proprietà; a sentire il sapore della rinuncia; a scambiare e ad avere un fine ludico che non sia sempre immediato. Il gioco deve divertirlo e deve favorire il suo armonico sviluppo psicofisico.   

   Tutto quello che si vuole realizzare con un bambino e tutti gli stimoli, che a lui si vogliono indirizzare, devono essere presentati sotto forma di gioco. 

   La scuola dell’infanzia, con i suoi giochi, deve partire dallo studio del singolo e, nel rispetto della sua unità psicofisica, portarlo vicino all’altro e favorirgli il commercio giocoso: calibrare l’aggressività, per concretizzare l’incontro.

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