HomeLa RivistaFolklore e dialetti“C’ERA UNA VOLTA O PUO’ ESSERCI ANCORA?”

“C’ERA UNA VOLTA O PUO’ ESSERCI ANCORA?”

C’era una volta” o può esserci ancora?

                                                                                         di Enea Di Ianni

Tutte le favole più belle – ma erano tutte belle quelle che hanno accompagnato l’infanzia di tanti di noi – cominciavano col “C’era una volta…” e con l’immancabile arrestarsi della voce narrante. Nessuno di noi piccoli staccava lo sguardo dal narratore. Lui taceva, l’ansia e la curiosità crescevano e, poi, improvvisamente come si era arrestava, riprendeva voce mentre cercava di comprenderci, visivamente, tutti e partiva, soddisfatto, col racconto.

Nessuno ha mai pensato, allora, che quella interruzione fosse voluta e si chiamasse “pausa di sospensione”; non lo sapevamo noi bimbi e non lo sapeva il narrante anche se, per un momento, ci zittivamo per davvero: nessun bisbiglio, nessun risolino né sguardi ammiccanti. Voleva, quel bravo attore che ignorava di esserlo, che scendesse il silenzio in platea e che tutte le attenzioni si concentrassero sulla narrazione.

La grande ricchezza dell’infanzia è sempre stata la fantasia e la nostra ha avuto due grandi maestri che l’hanno sostenuta e curata, facendo in modo che crescesse di giorno in giorno: la povertà e il cantastorie di casa nostra. La povertà era più o meno di tutti, di sicuro di tanti, e non ci turbava né infastidiva. Tra noi, i bimbi di allora, non c’era il povero e il ricco, c’erano solo il povero e il meno povero ed entrambi nuotavano nell’oro dell’immaginazione.

C’era una volta…” c’era sempre anche perché il tempo scorreva lentamente, le giornate erano lunghe e il sonno dei bimbi sacro, così il racconto serale, soprattutto nella brutta stagione, era un vantaggioso mezzo per poter volare oltre il freddo delle case, oltre il buio delle vie, oltre i rigori dell’inverno.

Si andava a nanna cullati dall’eco delle emozioni accese dai racconti e tutto continuava, magicamente, nei sogni notturni.

L’arrivo del Natale era davvero il massimo che potessimo aspettare e vivere. Si annunciava col racconto della Notte Santa, col lungo viaggio di Giuseppe, Maria e l’asinello per recarsi in quel di Betlemme e farsi registrare dai Censori dell’Impero romano. Non avevamo difficoltà ad immaginarci il trio anche perché, in paese, si avevano contatti e dimestichezza con giovani spose incinte, col falegname, con gli asinelli. Ci infastidiva, e anche molto, la spocchia degli albergatori di allora che non erano riusciti ad offrire – ma secondo noi non avevano voluto! – un angolo riparato all’interno dei loro alberghi ed ostelli.

Non ci sorprendevano, invece, i Pastori perché erano anch’essi, per noi, di casa, disponibili sempre per offrirti un sorso di latte, un tocco di cacio, un assaggio di siero e ricotta. Gli volevamo bene davvero e non ci infastidiva il tanfo del loro abbigliamento da lavoro. Sapevano di pecore, è vero, ma noi con le lo loro pecore avevamo dimestichezza: ci giocavamo e di alcune di esse conoscevamo anche il nome.

Non ci erano troppo familiari i Re Magi, forse perché l’Oriente rimaneva ancora, per noi, troppo fuorimano però, dopo aver appreso che, volutamente, non erano ripassati da Erode per non dirgli dove si trovasse Gesù Bambino, cominciammo a sentirli più vicini. Tentammo anche di apprezzare i loro doni. L’Incenso ci piaceva, era quello che, da sempre, profumava la chiesa e che sapeva di zucchero sui carboni accesi; l’Oro era quello delle fedi e degli orecchini delle nostre mamme e nonne. Quel che ci suonava incomprensibile era la “Mirra”, ma, alla fine, ci accordammo, per assonanza, che dovesse essere una specie di “birra” d’altri tempi.

Non ci stancavamo mai di chiedere di riascoltare “La notte santa”. Era una storia che ci coinvolgeva e ci teneva impegnati e pronti per intervenire, tutti insieme e al punto giusto, con un corale “Il campanile scocca la mezzanotte santa! ” Lì restavamo incantati. I versi declamati dal narratore accendevano l’ “astro divino” che squarciava le tenebre di quella “notte, che già fu sì buia”. Nella testa il chiarore che cresce col crescendo del suono delle “cornamuse”, finalmente “gaie”, e con lo squillare delle campane. Riuscivamo a sentire, immaginandoli nei pressi delle nostre case, il trambusto di mille e più piedi, quelli di “pastori e massaie”, delle “genti vicine e lontane” che accorrevano e si facevano co-protagonisti, tutti, dello straordinario evento.

Ecco, una volta c’era il bello del narrare e dell’ascoltare; chi narrava sapeva narrare e chi ascoltava sapeva ascoltare. C’era il bello del silenzio che si frapponeva tra voce narrante e uditorio, in quel caso noi bimbi che amavamo ascoltare quello che, il giorno dopo, ci saremmo “ridetto” narrandocelo da soli in versioni personalizzate e magari integrate e addolcite.

Dicendo, all’inizio, che la grande ricchezza della nostra povera infanzia fosse la fantasia affidata alle cure di due maestri – la povertà e il cantastorie, – avevo omesso di citare la “curiosità”, il mezzo-strumento per aprirci all’ascolto attivo e al sapere. Perché la curiosità sia un valido “mezzo” e strumento per disporci in ascolto attivo occorre che l’adulto non abbia fretta di dire e, nel dire, non fornisca soluzioni, ma riscopra e sappia far buon uso della “pazienza” e del “saper attendere”. E’ sempre importante, oggi, come e più di ieri, che l’adulto sappia “perder tempo”, proprio come faceva il narrante della nostra infanzia che ci zittiva rimanendo silenzioso, e che si riappropri del valore del “perder tempo” proprio per guadagnare tempo.

La pedagogia del dire e dare tutto subito, senza attendere, non è garanzia di benessere né di benfatto. Assolutamente! E sono altresì convinto che non abbiamo fatto male a non dire all’infanzia di che sesso fosse Babbo Natale. Era importante farlo? Ha ragione, allora, il servizio Poste norvegese, Posten, a presentarcelo con un amante maschio?

Vero o non vero, personaggio di fantasia o evoluzione del San Nicola cattolico in Santa Claus dei paesi protestanti, non l’abbiamo chiesto noi, i bambini di altra stagione, di conoscere il sesso di Babbo Natale e non lo stanno chiedendo i bambini di oggi di voler conoscere la sessualità di Babbo Natale.

Tanti bambini, ancora troppi, chiedono cibo, acqua, cure, istruzione, famiglie, affetto; tanti altri chiedono dismissioni delle barbarie nei loro confronti, nei confronti delle loro famiglie e dei loro popoli. TUTTI CHIEDONO RISPETTO PER LA LORO INFANZIA!

Pensiamo davvero di aver dato un contributo, un aiuto alla causa del sostegno all’infanzia, al rispetto dei diritti del bambino, rivelandogli (?) la presunta grande verità su Babbo Natale? Anche i Romani, nelle riviste del varietà, erano soliti rivolgersi a Cesare e, rispettosamente, porre il problema: “Cesare, il popolo chiede sesterzi!”. Cesare non aveva dubbi e rispondeva: “No! Vado dritto!”.

Anche noi, di fronte alle richieste inascoltate dell’infanzia, ormai troppe volte tiriamo dritto per la nostra via. Quel che è peggio è che procediamo pensando, addirittura, che sia davvero quella giusta!

Nessun Commento

Inserisci un commento