ABRUZZESITA’ POETICA/ 37

LU CARDILLE

La vita! Cos’è la vita? Non è sempre facile dirlo anche se di essa parlano e scrivono tanto e in tanti. Si è anche cantato della vita. 

Mi torna in mente un motivo che riecheggiava dalle “Cantine” di paese la domenica pomeriggio, quando non c’era il vezzo di perdersi nel campionato di calcio e nelle infinite stressanti discussioni di fine partita. Le “Cantine” erano locali alla buona, dove si “spacciava” vino e fumo, le droghe dei poveri, ambienti frequentati soprattutto da uomini adulti. Nei pomeriggi domenicali, quando il nettare di Bacco aveva ormai alleggerito pensieri e portafogli, gli uomini di allora, lavoratori e non da poco, intonavano un canto che, alla chiusa finale, si faceva coro robusto, quasi un inno, che animava e metteva d’accordo tutti rendendoli pronti a riprendere la dura settimana che li attendeva. 

Il motivo lo aveva lanciato Claudio Villa e il ritornello era il punto di forza che tutti sollecitava e animava:

La vita è bella e la devi goder / se non hai nulla non hai pure i pensier.

Al chiar di luna si può sempre sognar / e se è amaro il destino

un bicchiere di vino fa tutto scordar !”

Così si concludevano per tanti uomini le domeniche paesane: con l’illusione che, davvero, un bicchiere di vino potesse operare il miracolo di annullare i dispiaceri.

Un conto è quel che si pensa, altro conto quel che è. Così nella poesia odierna, “Lu cardille”, si incrociano e confrontano due pensieri: quello della poetessa, che intende curare l’ala spezzata del volatile trattenendolo in gabbia, e quello del volatile che brama l’azzurro del cielo. Chi ha ragione e chi ha torto? Ha ragione la vita, quella vera e bella e che ognuno la sogna a sua dimensione e ideale. 

L’autrice, Maria Antonietta Stocchi, è una maestra di scuola dell’Infanzia, innamorata del proprio lavoro e delle tradizioni del suo mondo, in particolare dello stupendo borgo che è Vittorito, a due passi dalle sorgenti del fiume Pescara, vicino Popoli. 

Col dialetto “vittoritese” e la chiarezza di chi ama l’infanzia, ci piace proporre “ Lu cardille”, componimento inserito nella raccolta “La voce del Cuore”, del 2000. Come dire? Di qualche giorno fa.

LU CARDILLE    

di  Maria Antonietta Stocchi

I àtre juorne,

sotte lu balcòne mèje,

so truàte nu cardille.

Tenéve j uòcchie appannéte,

’na scennùccia ròtte…

Me lu so pijàte.

I so misse ’na stecchétte,

apiù i so misse a ’na gabbiétte;

i so dàte àcque, mangìme i sumémte.

Paréve cuntiénte:

candéve, candéve sempre.

Apprime tànte biéje, apiù nu pòche mùsce.

Allòre i so ditte: 

Cumbà, ca tu sci come méje,

chènde pe’ nen piàgne.Vulìsse revulà a la casa tàje

ma ste’ ’mpedìte i nen le pu’ fa.

…Mbì, augùrie, cumbà ! – 

I so apiérte la gabbiétte.

Se n’è jéite cantènne

i nen le so viste cchiù.

Iéje, imméce, stiénghe ancòre qua.

La gabbia mè, quande s’aprarrà?

IL CARDELLINO

L’altro giorno,

sotto il mio balcone,

ho trovato un cardellino.

Aveva gli occhi velati,

la piccola ala spezzata.

L’ho preso,

gli ho sistemato una stecchetta

e l’ho adagiato in una piccola gabbia;

gli ho dato dell’acqua, mangime e semi.

Sembrava contento:

cantava, cantava sempre.

Dapprima tanto bello, poi un poco ammosciato.

Allora gli ho detto: 

– Compare, mi sa che tu sei come me,

canti per non piangere.

Vorresti volare a casa tua

ma sei impedito e non puoi farlo! 

…E allora, auguri, compare! –

Gli ho aperto la piccola gabbia.

Se n’è andato (via) cantando

e non l’ho più visto.

Io, invece, sono ancora qua.

La gabbia, per me, quando si aprirà?

  

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