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TRADIZIONE DELL’ALBERO DI NATALE: LE ORIGINI ANTICHE

Ci siamo. Il Natale incombe e non può non sollecitarci a dar vita agli addobbi, tradizionali e nuovi, quelli che ormai ci accompagnano da anni e i nuovi arrivati che pure incombono e ci attraggono. Non lo so se è solo una scusa, un’occasione o una vera esigenza quella del Natale, ma posso affermare che, almeno per me, rimane una imperitura tradizione alla quale non riesco a sottrarmi e che fa tanto bene al cuore, agli occhi e allo spirito.

Il bagliore di sfavillanti luminarie stellari, quei giochi sempre nuovi di forme e colori mi incantano talmente tanto che non posso fare a meno di cercarli, osservarli fino a perdermi con lo sguardo e la mente, a confondere in essi l’antico e il moderno.

Immancabilmente la sensazione forte è quella della festività, una festività gioiosa e incontenibile, che tocca dentro e fa sì che le emozioni si rincorrano l’una dietro l’altra, E proprio mentre lo sguardo si confonde tra luci e colori, il pensiero, da solo, va a ritroso, carezza volti e suoni lontani, scomparsi sì, ma non sepolti.

Il suono che più tocca e commuove resta quello degli Zampognari, capaci ancora di regalare gioia anche se non più poveri in canna come un tempo. 

Quelle note tremolanti, quasi lamentose e che tendono a richiamare un canto mai andato in disuso, rimangono, ancor oggi, la più bella colonna sonora del Natale. Seguendole, senza volerlo sulle labbra tornano a prender corpo, timidamente, le parole apprese in una piccola chiesa di paese, proprio durante una notte di Natale: “Tu scendi dalle stelle, o Re divino, e vieni in una grotta al freddo e al gelo…” 

Non ci sarebbe nulla di male a ricantarle ancora oggi, ma, per un assurdo timore degli adulti, evitiamo di farlo. Non è una questione di “bon tone”, non credo. Penso, piuttosto, che si tratti di un modo per salvare la faccia: quello che non fanno in tanti, è meglio non farlo. Il condizionamento dei “più”, della cosiddetta “maggioranza”, che blocca l’originalità del singolo? Può darsi, anche se credo di più che si tratti di rinuncia dell’individuo ad essere se stesso nell’agire comune. Il non “socialmente corretto”, o non condiviso, può non essere facilitante nella relazione con gli altri, ma rinunciare a ciò che si è e si sente fa male soprattutto a se stessi. 

Dicevamo le luminarie, gli zampognari, la memoria di un canto lontano facilitano il nostro ideale ritorno ad altri luoghi e stagioni, ma danno vita anche al dubbio su cosa fare e che scegliere: Presepe o Albero? Il sacro o il profano? 

Il presepe nasce nel lontano 1223. Di ritorno dalla Terra Santa, il “poverello d’Assisi”, San Francesco, cogliendo la somiglianza di Greccio con Betlemme, mise in scena la natività. Erano gli anni in cui era “normale” pensare che fosse doveroso, per i Cristiani, darsi da fare con le Crociate e, perciò, con le armi per conquistare i luoghi dov’era nato e vissuto il Cristo. La rappresentazione della natività in quel di Greccio voleva dire e significare che non c’era proprio bisogno di guerre e spargimento di sangue fraterno per avere da noi i luoghi del Messia: bastava rivivere l’evento del Natale da noi e il Messia sarebbe “rinato” per i credenti: nei loro cuori e nelle loro case. Così, da Greccio, i Presepi cominciarono a ricrearsi nelle case dei credenti e nei luoghi di culto. Intorno alla “mangiatoia”, culla del Bambinello, si andarono a collocare, nel tempo, i diversi protagonisti, quelli della narrazione evangelica e quelli in evidenza nel luogo di rappresentazione. Apparvero, così, mestieri, attività, personaggi noti che, nel luogo della scena, svolgevano comunque un ruolo noto. Dappertutto ci furono, in posizione di privilegio, i pastori con le loro greggi e gli zampognari. Sì, una sorta di riguardo per la povertà e il sacrificio, per la gente semplice nei modi, ma grande nella vicinanza affettiva, nel condividere il poco che aveva. Gli zampognari non erano nient’altro che pastori anch’essi, pastori che avevano impegnato il tempo della solitudine del pascolo cimentandosi nella costruzione di rozzi strumenti musicali, il piffero e la zampogna, che, insieme e con un paziente “prova e riprova”, erano riusciti a trovare un’intesa armonica. L’albero, e in particolare l’abete, è di per sé simbolo della vita, della rinascita, della purificazione dell’aria che respiriamo e che ci consente di vivere meglio.  Nella tradizione cristiana proprio l’abete ha rappresentato simbolicamente, nel Medioevo, il Cristo e la sua immortalità e quando, al suo posto, veniva utilizzato l’agrifoglio la simbologia rimaneva anche se modificata: le spine facevano riferimento alla corona di spine e le bacche alle gocce di sangue uscite dal capo di Gesù. L’albero è stato, in tempi e in luoghi diversi, sempre collegato alla vita tant’è che in Grecia era simbolo della “rinascita” e dell’aspettativa per il nuovo anno ed era stato consacrato ad Artemide, protettrice delle nuove nascite. 

Il successo, tra noi, della sua presenza nel periodo natalizio è andato crescendo da dopo la seconda guerra mondiale anche se la comparsa e il via ufficiale in Italia, col significato simbolico odierno, lo si deve alla regina Margherita che, alla seconda metà dell’Ottocento, lo introdusse, come addobbo natalizio, nel Quirinale senza, per questo, anteporlo al Presepe. Si iniziò ina pacifica leale compresenza perchè, in fondo, entrambi vogliono essere un richiamo al valore della vita, alla nascita e alla rinascita che quotidianamente continua a verificarsi col fiorire delle maternità e della natura, col sorgere del sole dopo il buio della notte, con l’accendersi della speranza, dopo i tanti momenti bui personali e comunitari. Col Presepe e con l’Albero di Natale ci sta bene, sempre, il suono delle zampogne, quella sorta di nenia musicale che ci attrae e ci tocca con la sua malia. E’ un miracolo che si ripete annualmente soprattutto se si ha l’opportunità di condividere, con grandi e piccini, i magici momenti della costruzione del presepe e dell’addobbo dell’albero. Ogni statuina ci induce a dire e a narrare, spesse volte a inventare, chi era e che ci faceva a Betlemme nella magia della natività. Anche le tante palline colorate ricordano momenti d’insieme che hanno segnato il nostro crescere ed ora sono ancora funzionali e gradite negli addobbi. Forse un poco impolverate o demodé, ma tanto care al cuore. Con gli Zampognari si fa più difficile spiegare ai nostri piccoli compagni di lavoro perché ci commuovono. Guardandoci ci chiedono ragione di una lagrima non trattenuta. Non è facile raccontare di quanto si era in tanti nella tavolata di Natale, in tanti a condividere il poco che si aveva. I più grandi coltivavano speranze, i più piccoli erano felici con poco. E poi la lunga tombolata con i numeri da ripetere per il nonno che non sentiva, per la zia che non si fidava, per qualche imbroglione che paventava gli imbrogli. Oggi, che c’è tanto di più, a tavola si è sempre di meno. L’Albero ha addobbi artificiali di grand’effetto: niente più mandarini, cioccolatini e pupazzetti vari. Sfavillano, tra i rami, le luci che danno chiarore e colore anche al Presepe collocato al suo fianco. I personaggi, quelli che Peppino Avolio creava con la creta e dipingeva a mano, uno per uno, nel fondaco della sua casa, a Pacentro, e bonariamente chiamava “mammuccìtte”, sono stati sostituiti da quelli prodotti in serie e sicuramente “made in China”. Sono cambiate tante cose, tanti modi di essere e pensare. In un recente “Costanzo show” qualcuno ha suggerito anche di rivedere la figura di Babbo Natale, troppo “sessuata” per i nostri giorni.

E allora, fedeli alla tradizione e al Natale di casa nostra, abbiamo costruito il Presepe con le statuine di Peppino Avolio e quelle “made in China”; a fianco  l’Albero di Natale che abbiamo addobbato con luci, palline colorate e lavoretti di bimbi. In uno slancio di “esagerazione” abbiamo creato anche uno spazio riservato a “Babbo Natale”, al buon “Santa Claus”. Sarà Natale quando arriveranno anche gli Zampognari e torneremo a commuoverci al suono delle loro zampogne. A commuoverci senza poterci abbracciare. 

 TU SCENDI DALLE STELLE: Testo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e musica di Giuseppe Di Bianco.

 

TRADIZIONE DELL’ALBERO DI NATALE: LE ORIGINI ANTICHE

Sembra stranissimo, ma alla base della tradizione dell’albero di Natale ci sono usi e tradizioni molto antichi che ritroviamo nelle testimonianze di molti popoli, anche molto diversi tra loro. L’abete, sin dall’epoca egizia è stato posto in relazione con la nascita del dio di Biblo, e dai Greci fu consacrato ad Artemide, protettrice delle nascite e sempre dai Greci era ritenuto simbolo della rinascita rappresentata dal nuovo anno.
L’abitudine di decorare alcuni alberi sempreverdi era diffusa già tra i  Celti  durante le celebrazioni relative al solstizio d’inverno e anche gli antichi romani, durante le Calende di Gennaio, usavano decorare le loro case con rami di pino.
I Vichinghi, popolo che abitava l’estremo nord dell’Europa, dove sappiamo che le notti invernali sono lunghe mesi, nella settimana precedente e successiva al solstizio d’inverno, invece, addobbavano alberi di abete con frutti, perché ritenevano che questo albero, che non perdeva le foglie nemmeno col gelo dell’inverno, fosse capace di auspicare il ritorno del sole grazie ai suoi poteri magici.
Infine occorre considerare che l’albero è di per sè simbolo della vita ed è diffuso in tutte le culture e in tutte le epoche, così anche con l’avvento del cristianesimo l’uso dell’albero di Natale si affermò anche nelle tradizioni cristiane: al posto dell’abete però veniva utilizzato l’agrifoglio a simboleggiare con le spine la corona di Cristo e con le bacche le gocce di sangue che escono dal suo capo. Nel corso del Medioevo per il Cristianesimo l’abete diventò simbolo di Cristo e della sua immortalità.

La  tradizione dell’albero di Natale come lo conosciamo oggi, secondo alcuni  pare sia nata in Estonia e precisamente nella piazza del Municipio, Raekoja Plats, a Tallin, nel 1441: lo scopo era quello di riunire giovani donne e giovani uomini attorno all’albero per ballare insieme e trovare la propria anima gemella.
C’è però anche un precedente che si può rintracciare in un gioco religioso medioevale celebrato in Germania il 24 dicembre, il “gioco di Adamo e di Eva” (Adam und Eva Spiele), in cui venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza per ricreare l’immagine del Paradiso. Si preferì poi usare gli abeti al posto degli alberi da frutto perché avevano una valenza “magica” per il popolo.
In un primo momento quindi l’albero veniva posto nei luoghi simbolo della vita pubblica, mentre la tradizione dell’albero di Natale entrò nelle case nel XVII secolo ed agli inizi del secolo successivo per poi diffondersi dalla Germania in particolare, al resto del nord Europa.
L’aspetto più consumistico iniziò quando in Svizzera e Germania iniziarono a commerciare gli alberi di natale, che divennero così più popolari e diffusi.
In Italia, la prima ad addobbare un albero di Natale fu la regina Margherita nella

seconda metà dell’Ottocento al Quirinale, e da lei la moda si diffuse velocemente in tutto il paese. Nel dopoguerra gli alberi di Natale hanno conquistato intere generazioni fino a diventare uno dei simboli per eccellenza delle festività natalizie!

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