Sanità/35

                                                   

     Qui di seguito riportiamo il testo del Racconto con il quale il nostro Giuseppe Mazzocco ha contribuito al successo del concorso “RACCONTIAMOCI CON CURA” indetto dall’Asociazione”RacconTiamo con Francesca, nata per perpetuare l’alto spirito di servizio, la solidarietà  e l’umanità di   FrancescaIntini  strappata alla vita da un tumore inesorabile, che non le ha impedito  di continuare fino alla fine dei suoi giorni ad assistere, da medico, tante persone affette da gravi patologie.

L’editoriale di questa settimana di Centralmente- La Rivista della Domenica/numero 35   approfonisce le finalità di promozione sociale dell’Associazione 

(P.L.P)

                                                                   

Associazione di Promozione Sociale “RacconTiamo con Francesca”

                          La Medicina Narrativa come strumento di cura

              RACCONTIAMOCI CON CURA

Concorso artistico-letterario: parole ed immagini per narrare la malattia

Tema della II edizione 2021: la speranza, una luce per affrontare le difficoltà che viviamo

Io spero* 

di Giuseppe Mazzocco

   “Spero di vedere la luce! Non ce la faccio più a stare rannicchiato. Questo impiccio, poi, che mi preme dietro la nuca, e che mi pare diventi sempre più ingombrante, non mi fa dormire bene. Sento di più la pressione, da quando mi sono girato per il parto”.

   Questo, pensava il piccolo Giacomo, raggomitolato dentro l’utero materno, mentre si ciucciava un dito o, scalciando, cercava di sgranchire le gambe intorpidite dall’immobilità prenatale.

   La presenza di quell’ingombro, di cui non riusciva a farsene una ragione, gli procurava un fastidio che diventava sempre più importante.

   “Spero di vedere la luce!”, andava ripetendosi mentre cercava di posizionare il capo in modo diverso, per sentire meno oppressione da quel rigonfiamento che, ormai l’aveva capito, cresceva sempre di più.

   “Eppure”, si diceva fra sé e sé, “ho ascoltato le parole del ginecologo che, tranquillizzando la mamma, aveva messo di buon umore anche me. Doveva essere un parto eutocico, così ho sentito. Non so cosa significasse, ma da come la mamma aveva rilassato i muscoli della pancia, avevo capito che era una buona cosa.

   Certo che, per avermi, i miei genitori hanno fatto dei sacrifici e, quando sono arrivato qua dentro, ho percepito una grande gioia. Nei loro discorsi, ero sempre presente; stavo già in famiglia! Avevo la mia cameretta, i miei primi giocattoli e, una volta nato e solo la domenica, mi avrebbero permesso di stare in mezzo a loro, nel lettone. Non vedevo l’ora di guardare le mie prime foto, che papà aveva già incorniciate e posate sul suo comodino!

   Tutto bene, fino a quando, uscendo dall’ultimo controllo medico, non ho più percepito la solita gioia: non hanno parlato di me, dei giochi che mi avrebbero comperato e del lettino che avevano visto!

   Non siamo andati al solito bar a prendere un analcolico, per mamma, ed un bianco, per papà!

   Chissà perché no?

   Quel giorno, la mamma camminava più piano e, prima di rientrare a casa, ho sentito che singhiozzava. Speravo non fosse successo niente!

   Adesso, in famiglia, avvertivo una strana sensazione; non sentivo l’armonia di sempre.

   Quando il papà rientrava a casa, la sera, percepivo uno strano silenzio e la pancia di mamma, durante il giorno, era sempre più rigida.

   Speravo che non ci fossero problemi, fra di loro. Lo speravo vivamente!

   Intanto, il mio “cuscino” diventava sempre più importante ed incominciava, veramente, a farmi male. Speravo di uscire presto; non capivo cosa fosse, ma era molto fastidioso!

   Mamma passava più tempo sdraiata sul divano e, questo, mi consentiva di avere meno pressione, da questo “coso” che conviveva con me.

   Oggi, ripenso alle parole del ginecologo, nell’ultimo controllo; come al solito, lo specialista aveva detto: “Vediamo come sta Giacomo”. Poi, il solito silenzio, per puntare bene la macchina fotografica, con la quale aveva fatto le mie prime foto. Per la verità, quel giorno, il tempo è stato molto più lungo; forse non riusciva ad inquadrarmi bene e non aveva detto, come al solito, che tutto andava bene. Il dottore aveva pronunciato una frase, con una parola nuova, che non avevo mai sentito prima: “Signora, c’è un tumore nella cervice”.

   Non so cosa sia questo tumore, ma mia madre aveva avuto una contrazione che, per la prima volta, mi aveva spinto verso il basso, schiacciandomi molto la testa sul cuscino.

   Mamma aveva singhiozzato per un po’; il suo diaframma mi premeva ritmicamente sul culetto, mentre scendevamo le scale dell’ambulatorio.

   La parola tumore non era stata più pronunciata, ma da quando siamo stati all’ultimo controllo, i silenzi fra mamma e papà erano aumentati.

   Spero che fra loro due non sia successo niente e che questo tumore non si metta in mezzo, perché il posto centrale, fra loro due, era mio: lo hanno detto tante volte!

   Spero di nascere presto; mi metterò in mezzo a loro due, sul lettone (come hanno promesso tante volte) e li farò sorridere. Spero vivamente che ciò accada presto.

   Intanto passano i giorni ed io sono sempre più infastidito dal mio cuscino: non vedo l’ora di uscire!

   È arrivato il momento!

   Hanno portato la mamma, d’urgenza, in ospedale ed hanno detto: “Facciamolo nascere! Uno, almeno, vivrà!”.

   Lo sballottamento delle barelle e le posizioni che hanno fatto assumere a mamma mi hanno creato uno stato di confusione ed il cuscino, ormai, quasi mi soffocava. Hanno parlato di anestesia e poi … non ricordo più nulla.

   Adesso che sono nato, mamma, spero di vederti presto; di mettermi fra te ed il papà, come avete sempre detto.

   Spero di svegliarmi fra le vostre braccia!

   Lo spero tantissimo!

                                                                                                      

*(secondo posto, ex aequo, per la sezione racconti)

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