NATALE,  MA CON CHI?

di  Enea Di Ianni

Renzo e Lucia, i “promessi sposi”, alla fine del romanzo manzoniano sono pronti per il grande passo: coronare il loro sogno d’amore col sacro vincolo del matrimonio. L’interlocutore è rimasto lo stesso, il curato Don Abbondio, proprio quello che, dopo le intimidazioni dei “bravi”, si convince a trovare un pretesto per non sposare i due giovani e s’ingegna a fingersi preda di un forte “dolor di capo”.

Quante vicende han vissuto quei personaggi, quante tribolazioni han sopportato, eppure sono rimasti intatti i loro sentimenti, le loro intenzioni, la loro fede cristiana. E così Renzo Tramaglino, finita la pestilenza e scomparso dalla scena Don Rodrigo, torna dal curato. E’ convinto, o almeno lo spera, che tutto possa essersi appianato.

Signor curato, le è passato quel dolor di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo in tempo: la sposa c’è e son qui per sentire quando le sia di comodo…” Don Abbondio tace. A quel silenzio Renzo, a ragione, cambia tono e stile:

Ho inteso, lei ha ancora un po’ di quel mal di capo. Ma senta, senta…” e racconta la miserevole condizione di Don Rodrigo, al Lazzaretto, e la sua sicura dipartita. Nella testa del curato il dubbio, però, non cessa: e se non fosse proprio morto? 

In certe cose occorre certezza vera e Don Abbondio  vuol toccare con mano, essere più che certo del fatto.

Chi il romanzo lo ha letto non può che avere un moto di stizza e ilarità, ma Don Abbondio di coraggio non ne ha e, se uno non ce l’ha il coraggio, nemmeno se lo può dare da un momento all’all’altro. O no?

Don Rodrigo ha chiuso davvero i conti terreni, li stava chiudendo proprio quando Renzo, al Lazzaretto con Padre Cristofaro, lo ha visto per l’ultima volta: “… stava l’infelice immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace…”. 

In Don Rodrigo e nel giovane promesso sposo si era posata lì, proprio nel Lazzaretto, la stessa mano divina che, a detta di padre Cristofaro, “può essere gastigo, può esser misericordia”.

Ecco perché c’è chi muore e chi vive, chi offende e chi subisce, chi si vendica e chi perdona. La peste ha colpito tanti, sia buoni che cattivi, ma non proprio tutti; dei tanti colpiti molti sono morti, ma non tutti. Sono morti anche dei buoni e si sono salvati anche dei cattivi. Come mai? Forse perché c’è una grande verità nel romanzo e nella fede del Manzoni ed emerge proprio quando la pestilenza sembra porsi come “giustiziere” divino: quando colpisce o risparmia, quando uccide o lascia in vita. 

La peste non è un “giustiziere divino” così come la “Provvidenza divinanon è un intervento di Dio che si pone a correggere  la giustizia umana.

La peste è la peste, è una malattia infettiva causata dal batterio “Yersinia pestitis” trasmesso, per lo più, attraverso il morso di pulci infettate da roditori. 

E’ di sicuro una terribile malattia che, però, non priva padre Cristofaro del senso di umana solidarietà né del dovere di cristiana assistenza. Il buon frate la conosce la peste, la teme anche; potrebbe lasciar stare gli “appestati” e risparmiarsi in via precauzionale. Ma non lo fa. Assiste, cura, consiglia, protegge, conforta, si contagia e muore. Altri lo hanno affiancato, si sono prodigati, contagiati, ma non sono morti.

Ancora tantissimo tempo prima del Manzoni, la tradizione giudiaca riteneva che le malattie fossero castighi divini. Lalebbra era considerata a tal punto il peggiore dei castighi da determinare quel popolo ad estromettere dalla società chi ne fosse affetto. 

Il “lebbroso” venivano “scomunicaoi”, privato, cioè, dalla “comunione” con gli altri, dalla vita in comune, proprio per la forza del contagio. Addirittura lo stesso malato aveva il dovere di avvisare chiunque lo avvistasse gridando “Impuro… impuro!” mentre additava se stesso. Il “malato” doveva allarmare i “sani” perché si tenessero lontani da lui, ritenuto già un corpo morto.

Gesù, però, non lo evita: tende la mano, lo tocca e dice: ”Lo voglio, sii purificato!”. Poi lo invita a recarsi da un Sacerdote per essere ufficialmente riconosciuto come “guarito” e riammesso alla “comunione”, alla vita in comune.

E’ stringato, in questa occasione, il parlare del Cristo. Si limita all’essenziale: tocca, guarisce e  invita, con tono fermo, ad andare subito dal Sacerdote per poter tornare a vivere in “comunione” con gli altri:  per riacquisire i propri diritti di uomo.

Gesù non si è preoccupato del contagio, ma della dignità di uomo che andava restituita, subito, al lebbroso e per questo lo sollecita a dirigersi dal Sacerdote.

Oggi noi sappiamo che la lebbra è la lebbra, una patologia infettiva, di tipo cronico, innescata da un batterio: il “Mycobacterium”. Gesù, di certo, conosceva la bontà del Padre e non lo riteneva capace di “giocare” a castigare umani.

Anno 2021, per l’esattezza Venerdì 19 Novembre: c’è il Covid-19, sì, ci sono ancora casi di Covid, contagi che si intrecciano tra “già vaccinati”, tra “non vaccinati”, tra vaccinati e non vaccinati, tra viaggiatori e stanziali. Anche tra detentori di “green pass” ci si può contagiare perché il “green” attesta soltanto, e senza ombra di dubbio, che il detentore è vaccinato o, al momento, tamponato con esito negativo. Questo e nient’altro.

Le attività produttive si sono rimesse in moto, il calcio ha ripopolato gli stadi, vanno riaprendo cinema, teatri, palestre; gli spettacoli televisivi tornano ad avere pubblico in presenza.

Il via vai nei supermercati si fa, di giorno in giorno, più numeroso e accelerato; anche i mercati cittadini e rionali risentono della vicinanza del Natale e si animano e vivacizzano in crescenza.

Proprio del Natale, in un’intervista al “Corriere della Sera”, ha parlato l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco e, nello specifico, di come ritiene possa essere il prossimo Natale:

Sono moderatamente ottimista. Se tutti ci comporteremo bene, vaccinandoci e rispettando l’uso della mascherina, non ci saranno chiusure”. Potremo fare shopping, ma osservando delle precauzioni: 

Ricordiamo che la mascherina è indispensabile, sempre. Basta quella chirurgica nei negozi. Se passeggiamo all’aperto indossiamola in caso di strade affollate”. 

Si potranno perfino toccare gli oggetti che si intendono acquistare e si può viaggiare con i mezzi pubblici non dimenticando mai di “igienizzare” le mani prima e dopo la corsa. E per i gesti di affetto? Possono andar bene tra abituali frequentatori ed evitati con altri: “Se non si può evitare, teniamo la boccetta di igienizzante in tasca”. E per eventuali cene a casa nostra o a casa di parenti o amici, soprattutto nel periodo natalizio, come comportarsi? 

Lopalco, da epidemiologo, preferisce riferire come pensa di agire lui:

Se invito da me, non vaccinati non entrano. Se sono io a essere ospite, mi accerto che i convitati siano muniti di passaporto verde, altrimenti mi dispiace, non vado. Così facendo ho la presunzione di fare pressione, di far sentire i no vax fuori luogo, la loro presenza sconveniente. Un po’ come succedeva con l’introduzione del divieto di fumo”.

Ma anche come succedeva con la “lebbra” del Vangelo e con la “peste” manzoniana. O no? Riflettendo, mi vien da pensare e dire (anzi scrivere…) che i contagi “Covid” che si registrano oggi sono quelli tra vaccinati, tra non vaccinati, tra vaccinati e non vaccinati, tra forestieri e stanziali. 

Se tutti i vaccinati hanno il “passaporto verde”, quando è un vaccinato a contagiare, il “passaporto verde” non offre garanzie che il soggetto non possa essere “contagiante”, cioè “portatore di contagio”. O no?

Così se ad essere contagiato è un vaccinato, il “passaporto verde” non garantisce l’immunità dal contagio.

E allora, Natale in solitudine  o con chi? 

Per me ho deciso! Alla cena di Natale inviterò solo “amici tamponati freschi” così potrò contare, almeno sulla carta, su tre certezze: la recente “negatività” del referto, il possesso del “passaporto verde” che consegue al tampone e, ancora e soprattutto, il piacere dell’accoglienza. 

Un dubbio: sarò in regola con le “regole”?

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