HomeLa RivistaFolklore e dialettiSONO FINITE LE DITTATURE? 

SONO FINITE LE DITTATURE? 

   di E. Di ianni

Quando si parla e scrive di “dittatura” le prime immagini che vengono in mente sono quelle crude e cruente appartenenti alla storia e alla vita di tante generazioni di umani e poco importa se a praticarle siano stati singoli uomini o gruppi o popoli.

La sopraffazione di un essere su un altro essere ha sempre il sapore della violenza, dell’imposizione, della prevaricazione. Anche quando si dice che è a fin di bene.

Al termine “dittatura”, quasi con automatismo di pensiero, affianchiamo l’altro termine, “repressione”, che è quello abusato per secoli da chi ha voluto “tener buoni” i meno docili, i recalcitranti. Reprimere e ancor peggio di comprimere; c’è più cattiveria nella repressione rispetto alla compressione. Le immagini che ci portiamo dietro di dittatura e repressione sono per lo più cruente, dure, mutilanti nel senso che sono sfociate nel privare, togliere, mutilare gli individui di diritti, non riconoscerglieli, vietarli in toto o in parte, fino ad arrivare al disconoscimento della dignità umana e alla soppressione fisica.

Riparlare di quegli eventi o rivedere quelle immagini vuol dire contagiarci ogni volta della stessa sofferenza vissuta dai deprivati e, alla fine, in noi si generano degli automatismi di pensiero: Hitler e Nazismo diventano sinonimo di deportazione, forni crematori, annullamento fisico delle persone, pazzia; Mussolini e Fascismo richiamano fanatismo, abusi, soprusi, violenze, squadrismo. Entrambi si affidano alla propaganda esplicita, alle parate, all’organizzazione militare, all’addestramento e all’educazione di regime. Contemporaneamente prendono corpo, sempre nell’immaginario, gli incolonnamenti di umani destinati a non essere più tali, gli assalti punitivi delle “Squadre d’azione”.

Anche la tratta degli schiavi africani nasce dallo stesso germe: il voler prevalere, il vantaggio di alcuni a scapito dei diritti degli altri. Ogni volta che si sono esercitati degli abusi si è catalogata la razza umana in due classi, quella dei “potenti” (coloro che possono e devono) e quella degli “impotenti” (coloro che non possono e non devono) e si è lavorato di fino nel creare, adattare, mistificare dottrine a sostegno e avallo della situazione. Uomo e superuomo, ricco e povero, bianco e nero, uomo e donna, adulto e bambino, sano e malato, gruppo e individuo, forte e gracile, dotto e ignorante, colto e analfabeta sono, e sono state, contrapposizioni volutamente ricercate per giustificare e legittimare la supremazia di una parte sull’altra. Anche le religioni spesso non sono state esenti da questo peccato contrapponendo i credenti agli scettici, gli eletti ai negletti. E quando il 2 giugno del 1537 Papa Paolo III, con la bolla “Veritas Ipsa”, conosciuta come “Sublimi Deus”, scomunicava quanti riducevano in schiavitù e in povertà gli Indios, ponendo anche fine alle tante dispute di comodo fra teologi e università spagnole sull’”umanità” degli Indios, il verdetto di quel Papa non lasciò spazi a insistenze di sorta: “Indios veros homines esse”: gli Indios, sissignore, anche gli Indios sono autentici uomini, proprio come tutti gli altri, come ciascuno di noi.

Ogni volta che un uomo pensa di poter e dover “gestire”, a suo beneficio, un altro suo simile dovrebbe tornare a quella considerazione e cioè che l’ “altro” e autentico uomo, è portatore – come lui – di una stessa dignità che gli deriva dalla natura umana.  

Hitler e Mussolini si servivano palesemente dei mezzi di propaganda e avevano confidato molto nella forza attrattiva e persuasiva dell’addestramento educativo posto in essere nel sociale già a partire da bambini e bambine di sei anni (si vedano “Figli della lupa”, “Balilla” e “Piccole italiane”, “Avanguardisti” e “Giovani Italiane”, “Giovani Fascisti” e “Giovani Fasciste”). Grande irreggimentazione, addestramento, educazione, sport e propaganda erano i mezzi per fare adepti e acquisire consensi. Il tutto con l’utilizzo di eventi e parate scenografiche. 

Scomparsi quei protagonisti, che fine hanno fatto le dittature? Si sono davvero dissolte? Siamo liberi sul serio? 

«Entro la prossima generazione chi tiene le redini del mondo scoprirà che […] la sete di potere può essere soddisfatta nella sua pienezza inducendo le persone ad amare il loro stato di schiavitù, piuttosto che ridurle all’obbedienza a suon di frustate e calci.”  Così scriveva  Huxley, romanziere inglese, facendo affiorare l’idea che le dittature non sarebbero finite. No, si sarebbero solo modificate in “dittature dolci”, che non avrebbero fatto ricorso alla forza bruta, ma si sarebbero servito del condizionamento infantile e dell’ipnotismo farmacologico per tenerci a bada e gestirci. Che vuol dire? Intanto che le decisioni rimangono sempre nelle mani di “pochi” i quali, facendoci credere di essere liberi, in realtà indirizzerebbero le nostre opinioni, abitudini e scelte servendosi della “propaganda” dei media. Un potere invisibile che ci dirige attraverso i media: non usa le armi, né la prigionia e tanto meno le camere a gas o le fucilazioni, ma solo la propaganda. 

E’ un potere invisibile che ci controlla socialmente, un “Grande fratello” che utilizza la sorveglianza tecnologica. Lui non ci impone la tecnologia, ce la fa solo desiderare e ricercare perché la rende fondamentale nella quotidianità. Non devo spiegare a nessuno il potere del Web come “spia” e “specchio” non solo del superficiale, ma anche dell’intimo. Ciascuno di noi è felice di sapere le cose degli altri in tempo record e quasi dimentica, o non considera, che anche ognuno degli altri viene a conoscenza delle cose di “noi”.

Nel 1884 il primo ministro britannico Benjamin Disraeli dichiarava: 

Il mondo è governato da tutt’altri personaggi che neppure immaginano coloro il cui occhio non giunge dietro le quinte”. Significa che c’è un potere nascosto, anonimo, che non ha voglia di farsi vedere, amare e riverire come Hitler e Mussolini, A lui, al “potere nascosto” interessa solo manipolare le nostre coscienze, metterci gli uni contro gli altri così ci illudiamo di lottare per una giusta causa, la nostra, contrapposta a quella degli altri. E intanto non ci accorgiamo che, proprio nel dar vita alla banalità delle nostre contrapposizioni quotidiane, lui, il “potere nascosto”, quello vero, gode e prospera. Ricordate il “Divide et impera” dei latini? Se vuoi comandare devi distruggere l’unità, devi dar vita a separazioni, divisioni e, ancor meglio, a contrapposizioni. Non occorre più, oggi, la coercizione fisica per inquadrare l’opinione pubblica, per tarpare i liberi pensieri. La scienza della manipolazione fa miracoli, influenza i comportamenti e non c’è spargimento di sangue. Il “potere segreto” conosce bene quali tecniche usare per inquadrare l’opinione pubblica. Il nostro immaginario è nelle sue mani: lui ha fatto in modo che noi desiderassimo quello che voleva farci immaginare. E sta riuscendoci bene, perché non si è affidato ad una divisa che si indossa e della quale ci si può svestire; il nostro “potere segreto” o “governo invisibile” sta andando nell’intimo, nell’animo e noi, gli adulti, lo lasciamo fare. Quest’estate ho incrociato, verso le dieci, un nonno che conduceva un passeggino con dentro il nipotino di nove-dieci mesi. Conversava con un altro signore che si diceva meravigliato per la tranquillità di quel bimbo. Non volendo, ho ascoltato la risposta: 

Con me è sempre tranquillo. Gli dò il mio cellulare e non fa un fiato, ci gioca per tutta la mattinata. Sembra ci sia nato col telefonino!?!”

No, non c’è nato col telefonino; almeno per ora non è ancora possibile che accada! Il nonno è soddisfatto, io davvero per niente. 

Mi fa paura la precocità con la quale questo “potere segreto” sta riuscendo ad avviare, con la complicità di noi adulti, la sua dolce dittatura già sulle anime dei bambini!

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