HomeLa RivistaLetteratura e PoesiaSAGIZZANO DI SULMONA:  STORIA DI UN’ALLUVIONE DEL XIV SECOLO

SAGIZZANO DI SULMONA:  STORIA DI UN’ALLUVIONE DEL XIV SECOLO

di Alessandro Mastroddi

Le  alluvioni  continuano  a lasciare il segno su tutti i territori del nostro “Bel Paese”. Indelebile quella di Firenze, nel 1966, disastrose quelle  di Sarno e Quindici di quarant’anni più tardi come quelle di Genova e di quasi tutta la Sicilia .

Anche la conca peligna, in un lontano passato, è stata vittima di questa terribile sciagura che costò, addirittura, la cancellazione dalla carta geografica di Sagizzano, piccolo nucleo italico a ridosso della fascia pedemontana del monte Morrone, nei pressi del tempio di Ercole Curino e dell’eremo ove soggiornò per lungo tempo Pietro Angelerio incoronato papa sotto il nome di Celestino V. 

Difficile risalire all’origine del nome, ma è certa invece la sua totale scomparsa dalla toponomastica del luogo avvenuta presumibilmente a seguito della tragedia. Una pur  generica dicitura della zona indicata con il termine “Paduli”,  ci ha permesso di individuare la posizione del nucleo abitato e gli estremi di questa vicenda, che  oggi  si indica come  “ Fonte d’Amore” (  già vigente all’epoca seppur ristretta alla sola fonte sorgiva lì ubicata e prediletta dal poeta  Ovidio . 

Sagizzano viveva di un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura, che  ben sfruttava, grazie a una serie di canalizzazioni progettate fin dall’epoca romana, la grande ricchezza di polle sorgive che le falde del Morrone offrivano. Pur essendo legata territorialmente alla città di Sulmona, questa contrada aveva una vita sociale e religiosa pressoché autonoma incentrata prevalentemente attorno alle sue quattro chiese, una delle quali avente la specifica denominazione di S. Maria di Sagizzano. Le cronache dell’epoca riportano la vita di questo florido paese almeno fino al XIV secolo, poi solo racconti, ma è un atto datato 3 dicembre 1333 indicante una donazione terriera in loco “quod territorium este occupatum ab alluvionibus situm ubi dicitur Paduli”, che ci conferma nero su bianco questo terribile evento*. 

Non sappiamo con esattezza in quale stagione tutto ciò accadde, né se fosse notte o giorno, di fatto si parlò di piogge insistenti e perduranti, e di un grande boato proveniente dalle forre del monte Morrone, a seguito del quale si riversò a valle una marea di sassi, fango e alberi che si abbatterono come un gigantesco tsunami sulla contrada, spazzandola via in pochi minuti. Quasi nulla, ad eccezione dell’eremo celestiniano, fu risparmiato dalla devastazione della montagna, né campagne, né case come neppure il grande tempio di Ercole Curino, che sarà recuperato in gran parte solo verso il 1957. Anche le quattro chiese di Sagizzano subirono analoga sorte e di esse non restò più alcuna traccia, sebbene qualche storico ritenga che, in verità, almeno una dovette salvarsi seppur rimanendo interrata sotto quella postuma di S. Giovanni, all’interno del complesso della Badia di S. Spirito al Morrone. 

Non si saprà mai l’esatto ammontare delle vittime perché furono molti i corpi sepolti dal fango e mai più ritrovati anche a causa dell’arretratezza dei mezzi di allora, ma certo, se fosse accaduta oggi, l’alluvione di Sagizzano avrebbe avuto lo stesso risalto di quelle occorse in epoca moderna, e forse anche di più! Passeggiando oggi per  la strada che costeggia l’area di Fonte d’Amore, si respira solamente la magnificenza dell’imponente catena montuosa del Morrone e il verde che circonda case e terreni, ma per quei pochi ancora a conoscenza di questa vicenda, si tratta solo dell’apparenza  di una natura che, come le sirene per Ulisse, prima seduce e poi, inaspettatamente, colpisce. Ma l’area pedemontana del Morrone sulmonese non finisce di stupire perché, molto più a sud rispetto a Sagizzano, presso il dismesso poligono di tiro della località Marane, è possibile intravedere i resti di un antico “castelletto” dalla torre merlata che fa capolino dal bosco. Chi abbia l’audacia di sfidare l’irta vegetazione per avvicinarsi, potrà contemplare la maestosa facciata costituita da un ingresso sormontato da tre finestre ormai dirute. La particolarità di questa costruzione, presumibilmente un palazzo baronale pre-settecentesco preposto alla sorveglianza della contrada sottostante, sta  nel fatto che essa è stata edificata sfruttando lo spazio interno di una grotta naturale poi ampliata, la cui colonna portante costruita allo scopo di rinforzarne il soffitto è tutt’ora visibile. All’esterno invece, si possono osservare cavità ormai ostruite dal pietrisco, che lasciano pensare all’esistenza di ulteriori ambienti sotterranei, nonché, resti perimetrali appartenuti, con tutta probabilità, ad edifici di più remota antichità. Sarebbe opportuno condurre in loco degli approfondimenti archeologici, specie nell’ottica di un percorso turistico fortemente incentrato sulla valorizzazione dei luoghi celestiniani in asse con le altre realtà già consolidate del perimetro pedemontano morronese come quella del volto santo di Manoppello.

*(“Sulmona città e contado nel 1376”, Ezio Mattiocco, pag. 159 ) 

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