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DIVIETI O EDUCAZIONE ?

di Enea DI IANNI

Accendendo il cellulare, dopo averlo spento la sera prima, al primo tocco digitale sono le cosiddette “news” a sollecitare la mia attenzione. E’ un rincorrersi di titoli che incuriosiscono e invogliano a soffermarsi sulle notizie. Ce n’è una che mi colpisce e non perché più importante, urgente o accattivante delle altre, ma solo perché ha a che fare con un mondo, quello educativo scolastico-familiare che mi interessa e tocca più da vicino:

Professoressa toglie il cellulare in classe ad una studentessa e, in cambio, riceve un calcio dalla stessa ragazza”.

Certo mi sarebbe piaciuto leggere, sulla scuola, una notizia più bella, magari una di quelle, per capirci, da libro “Cuore”, quelle che inteneriscono gli animi e invogliano a grandi cose. Ma ormai siamo avvezzi allo stile “news”: sorprendere il lettore e le lettrici, incuriosirli quanto più possibile e, soprattutto, ricorrendo alla cronaca meno bella. Ho pensato agli effetti che una tale notizia ha la capacità di produrre in chi legge e, successivamente, in chi l’ascolta raccontata da altri. Prenderanno vita, subito, due tifoserie, entrambe di parte: l’una votata a tutelare la ragazza, l’altra a proteggere la professoressa. Si avvarranno anche, le tifoserie, di argomentazioni convincenti e riesco perfino ad immaginarle: “insegnante un po’ troppo irruente… studentessa aggressivascuola punitivafamiglia permissivaatteggiamento autoritario reazione volgare …” Ci sarà, immancabilmente, chi opterà per un ritorno all’antico, forse all’autoritarismo legalizzato, e chi sosterrà l’autogestione delle classi da parte delle scolaresche.

Insomma quel che rimarrà fuori dal discorso, ancora una volta, sarà il senso e il ruolo dell’  Educazione” e, immediatamente collegati, gli interrogativi “Chi educa?  Che vuol dire educare?” “A chi spetta?”

Siamo proprio sicuri che l’educare sia compito esclusivo della “Scuola”? Ma prima della scuola, l’educazione non è compito della “Famiglia” e del contesto che ospita Scuola e Famiglia? Una volta, durante il rito del matrimonio, il sacerdote ricordava e sottolineava ai coniugi gli obblighi che ad essi competevano proprio per gli effetti dell’unione che avviavano; oggi continuano a farlo i sacerdoti se il rito è quello concordatario e i sindaci nel rito civile: “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni…” (art. 147 del Codice Civile).

I figli nascono e avviano le loro prime esperienze all’interno di una vita di coppia. E’ con i genitori che essi apprendono a nutrirsi, a muoversi, a parlare, ad essere aiutati e istruiti. Le prime forme di linguaggio si evolvono in famiglia, le prime esperienze si fanno con i genitori, le prime abitudini comportamentali si acquisiscono, formano, perfezionano ed affinano nel nucleo familiare.

E’ vero che, spesso, subito dopo può esserci l’esperienza del “Nido”, quindi il subentro di altre figure che si inseriscono nel percorso di assistenza e di crescita di un bambino e proprio perché “si inseriscono” in un cammino già avviato, vanno condivisi e concordati ruoli, modalità e tempi di intervento e assistenza. La responsabilità educativa, diritto-dovere dei genitori, si apre al contributo delle figure del “Nido”. Tra le due istituzioni – famiglia e Nido – deve realizzarsi un’intesa, una vera complicità positiva finalizzata a conseguire la crescita del bambino al meglio per lui, un meglio che si palesa nell’autonomia personale: di movimento, linguaggio, maturazione funzionale, motoria, logico-espressiva e affettiva. A due anni e mezzo il bambino incontra la “Scuola” come istituzione. E’ un incontro che turba e commuove i genitori, li rende ansiosi e fragili per due ordini di ragioni: il “loro” figliolo si ritroverà “solo” con altri bimbi e a vegliare su di lui, per più ore al giorno e tutti i giorni escluso i festivi, ci saranno le “Maestre”. Lo capiranno? Gli vorranno bene? Sapranno accudirlo? Capiranno le sue tenerezze o la sua vivacità? Lo proteggeranno dagli altri bambini? La sicurezza a quei genitori, ma soprattutto alle “mamme” la Scuola, per poterla dare, ha bisogno di promuovere “familiarità” e la familiarità si attiva con la “frequentazione”, con la continuità e abitualità degli incontri.

E’ lì, nella Scuola dell’Infanzia, che si avvia l’intesa, fiduciaria e complice, tra famiglia e istituzione, tra genitori, insegnanti e alunni, perché è lì, nelle “scolette”, che il bambino racconta la sua storia familiare con dettagli di particolari e non lo fa solo se richiesto, ma spontaneamente, con narrazioni dirette e indirette, accompagnandole con “segni” che per lui sono “disegni”, storie che sanno di vissuto e sulle quali ha tanto da dire. Durante la frequentazione della Scuola dell’Infanzia genitori e insegnanti devono mettere in conto di vivere in ambienti “trasparenti”: tutto quello che si vive a scuola torna a rivivere a casa, nella serata e nei momenti a seguire. 

Ma anche tutto quello che accade a casa, nel segreto domestico, verrà sciorinato a scuola nelle mattinate di attività. Sono “confessioni” spontanee, assolutamente necessarie al bambino per scaricare ansia e tensioni e rafforzare stati d’animo.

Il bambino non finisce col fanciullo, che passerà, a sei anni, nella Scuola Primaria (le elementari di una volta!), ma sarà nel fanciullo con abilità accresciute, curiosità più spinte, osservazioni più mirate. Anche qui, nella Scuola Primaria, dovranno accompagnarlo, attivamente, il confronto vero tra gli attori-adulti (genitori-insegnanti) e tra questi e lui. Genitori, insegnanti dell’Infanzia e docenti della Primaria convivono in lui, perciò il percorso d’intesa educativa deve proseguire non soltanto per accompagnare al meglio la crescita in autonomia personale del bambino-fanciullo, ma anche per potenziarlo socialmente e individualizzarlo nelle diverse abilità e competenze. Anche l’ingresso alla Primaria, com’era accaduto per la Scuola dell’Infanzia, ha bisogno d’essere preparato e accompagnato e, questa volta, protagonisti attivi devono essere senz’altro i genitori, ma anche gli insegnanti della Scuola dell’Infanzia, quelli che hanno stimolato, accompagnato e potenziato, con la famiglia, l’evoluzione da bambino a fanciullo.

Cosa c’entra tutto questo con la storia della studentessa che ha scalciato la professoressa? C’entra e come. I nostri comportamenti da adulti, nel bene e nel male ed escludendo un’improvvisa pazzia, sono sempre la risposta ad uno stimolo e dipende, sì, dallo stimolo, ma anche dal vissuto, dalle esperienze di vita, dall’educazione. Chi è stato educato al rispetto dell’altro, di fronte ad una provocazione inattesa non risponderà con un’aggressione. Magari rimarrà disorientato, chiederà spiegazioni per quella provocazione. Ci sarà, dalla provocazione alla reazione, un momento di confronto: il tempo, almeno, di pensarci. Quando la reazione è istintiva, d’impulso, qualcosa non ha funzionato. Certo è che l’irruenza della reazione della studentessa deve far riflettere la famiglia, ma non di meno la Scuola.

E già, perché quella studentessa è partita “bambina”, sarà stata alunna prima della Scuola dell’Infanzia, poi della Primaria, poi ancora della Secondaria di 1° grado. Sicuramente avrà avuto buoni insegnanti che l’avranno resa “matura” negli apprendimenti  disciplinari e l’avranno anche valutata “matura” non solo nelle singole discipline, ma anche nel comportamento, per ritrovarsi nella scuola e nella classe che frequenta. Non possiamo e non dobbiamo pensare che i genitori della ragazza non le abbiamo voluto dare il meglio di loro nell’aiutarla a crescere. Allora a cosa attribuire la scorrettezza, anche fisica, manifestata in risposta alla sottrazione punitiva del cellulare da parte della professoressa? La voglia di finire su una news? Sulla cronaca del giorno? Avere visibilità?

Si è corso forse troppo, a scuola, preoccupandoci di tante cose non dico inutili, ma secondarie rispetto alla “formazioneumana, culturale e comportamentale dei bambini, e poi fanciulli, e poi ragazzi e, infine, degli adolescenti. Negli anni 70 ci siamo entusiasmati, sempre come “Scuola”, perché finalmente quel mondo chiuso, autoreferenziale, si aprisse alla collegialità, alla democrazia, alle famiglie, alle istituzioni. E si partì anche bene! Ci si è impegnati per anni nel dar vita davvero alla continuità scuola-famiglia, alla continuità orizzontale” tra Scuola e istituzioni parallele (palestre, oratori, scuole di danza…) presenti nel territorio. Poi anche la continuitàverticale”, quella tra diversi ordini e segmenti scolastici ha tentato di prender piede, ma non è stata cosa facile. Dove si sono avuti riscontri meno negativi è stato proprio nei rapporti tra Famiglia e Scuola dell’Infanzia e tra Famiglia-Scuola dell’Infanzia e Scuola Primaria. Già gli approcci alla continuità con la Secondaria inferiore sono risultati fallimentari e ancor più quelli tra le Secondarie inferiori e superiori. Non è il caso che spendiamo parole sull’Orientamento: basta considerare la mortalità scolastica nella fascia tra i 14-16 anni e le incertezze palesi nella scelta delle facoltà universitarie. 

Perché parlo della Scuola e non della Famiglia? Perché la Scuola non può accontentarsi di sigle, anagrammi, sfilza di progetti – anche ambiziosi – e perdere, poi, di vista e per strada tanti percorsi umani e di vita. Non può essere sempre la “Famiglia” responsabile dei fallimenti e la “Scuola” artefice dei successi. Non è così. Quando Scuola e Famiglia hanno davvero provato a “camminare insieme” si sono realizzate intese e complicità straordinarie fino a rendere un poco “scuole” le famiglie e un poco “famiglie” le scuole, senza scambio di ruoli, ma solo con leale reciprocità di impegno e rispetto. 

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