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ONESTA’ O CONSAPEVOLEZZA?

di Enea Di Ianni

La nebbia agli irti colli  piovigginando sale…” Bastano due versi di carducciana memoria a sollecitarci nel dire “San Martino!” e riportarci all’immagine di quel nobile cavaliere che, in soccorso di un infreddolito povero viandante – fors’anche mendicante! -, non ha esitazione alcuna. Dall’alto del suo destriero si sfila il rosso mantello, sfodera la rilucente spada e…zac, lo taglia in due e ne dona una parte allo sconosciuto perché possa condividere un poco di calore. E mentre il buon Dio, commosso, elargisce una improvvisa piccola estate (quella, appunto, di San Martino), il cavaliere riprende la propria strada, soddisfatto.

Dar da vestire agli ignudi, da mangiare agli affamati, da bere agli assetati: le cose più semplici e più palesemente possibili, ieri e oggi, da parte di tanti di noi sono ancora trascurate o ignorate. Passando accanto ad uno dei raccoglitori di indumenti, mi è facile pensare a quando la povertà toccava tanti di noi, la nostra “gente”. C’era, allora, tra tutti, davvero vicinanza: per alleviare il bisogno di alcuni, si era sempre in molti a privarsi di qualcosa e soccorrere il meno fortunato. Erano tanti a scoprirsi dei “San Martino” in piccolo, a sperimentare quanto il donare fosse davvero bello, quasi quanto il ricevere doni. C’è stato un tempo in cui la povertà era la caratteristica dei più e, proprio in quello stato di miseria comune, l’arrivo dei cosiddetti “pacchi” dall’America creava una straordinaria euforia non solo nei destinatari del dono, ma anche nel vicinato tutto. “America”, allora, voleva dire sicurezza del lavoro, vita agiata, luci, grandi “Store”! Sì, gli “Store”, i primi supermercati americani che, raccontati a noi, erano l’immagine del paradiso in terra. 

Da noi c’erano le botteghe, i cosiddetti “Generi alimentari e diversi”, un nome altisonante per dire tutto e niente. Infatti all’interno di un’unica stanza, neppure grande, gestita e presidiata dal proprietario in persona, c’era una varietà di merce, parte in scaffalature alla buona, parte asserragliata nel retro.  Era lui, il proprietario, che provvedeva a tutto: ascoltava la richiesta, forniva il prodotto e, se non ce l’aveva, ne dava uno, a suo dire, “tale e quale”. Era attentissimo alla pesatura, all’incarto e, altrettanto meticolosamente, procedeva, poi, ad annotare su quadernetto con la copertina nera (“la libretta”) l’ammontare della spesa, quello che era credito per lui e debito per le famiglie. Ci si fidava reciprocamente, consapevoli del rischio che, insieme, si correva: il negoziante di non venir pagato e il cliente di dover pagare più del dovuto. Il benessere degli emigranti faceva sì che l’arrivo dei loro “pacchi” fosse davvero un grande dono, un dono atteso, sperato e gradito. Tanti di quei “pacchi” hanno fatto la felicità di grandi e piccini perché il buon cuore di chi li inviava era tale da includere novità gradite a signore e signorine (intimo femminile, calze di nylon, quelle con la bacchetta sul retro, “profumo” alla moda), l’utile (scarpe con le suole di caucciù e jeans per gli uomini), l’indispensabile per la salute (contenitore in vetro pieno di pillole, le miracolose Aspirine, indispensabili  per lenire ogni malanno) e, infine, qualche indumento dismesso, ma in buono stato e utile nella brutta stagione, le sigarette per i maschi adulti e diverse confezioni di “caramelle elastiche”, le  chaving guum’”. Quegli emigranti, in fondo, sono stati per noi davvero tanti “San Martino”. Crescendo ho appreso  che allo stesso cavaliere è stata attribuita la protezione dei “traditi” in amore e ciò in conseguenza del fatto che, volendo proteggere la sorella dalle avances dei giovani e fidatosi delle promesse di lei, si era ritrovato tradito proprio mentre era lui a sorvegliarla. Un attimo di distrazione sua o di furbizia di lei? Da allora si era ritrovato protettore di coloro che, per essersi fidati, alla fine si ritrovano gabbati. Solo uomini? Parrebbe di sì, visto che si fa riferimento ai cosiddetti “cornuti”, cioè i maschi.

In quel di San Valentino, in Abruzzo Citeriore, la “Congrega dei cornuti”, una sorta di confraternita, organizza, nel giorno del protettore, un corteo al quale partecipano solo i maschi ammogliati. Questi, muniti di campanacci, corna bovine e caprine, vecchi tamburi e pentolame vario, sfilano, processionalmente, per le vie del paese intonando canti a tema.

La serata si conclude con il ballo della tradizionale “Pupa”: una bambolona in cartapesta, dalle forme femminili accentuate e arricchita da fuochi pirotecnici che scoppiano e sfavillano mentre balla, animata da un uomo. Ad applaudire, orgogliosamente, sono le donne e gli uomini non ancora ammogliati. 

Le donne, dunque, se ne rimarrebbero “alla finestra”, almeno nel giorno di San Martino. Precauzione o provocazione? 

San Martino per i pastori di Scanno significava vigilia del distacco dalle famiglie per la transumanza in Puglia. Il giorno della festa si celebrava una messa solenne in onore del Santo e con la presenza di soli uomini. Era una messa di commiato, ma non solo: da come gli uomini di casa avrebbero indossato il cappello, si sarebbe intuito lo status di marito, cioè se più o meno cornuto. Ovviamente era l’occasione per confermare o smentire le dicerie di paese. 

Stacchille” (Eustachio) si sta preparando per andare a messa. E’ vestito di tutto punto. Davanti allo specchio, cappello in mano, cerca di trovare il modo giusto di porlo in testa. Sull’uscio della camera, Carmela, la moglie, silenziosa lo osserva. Stacchille l’ha vista, riflessa allo specchio. Un ultimo tentennamento e si decide: indossa il cappello calandosi la falda sul davanti, quasi a sfiorar le sopracciglia. E’ fermo davanti allo specchio, si rimira col cappello e già sta pensando alle malelignue… 

Stacchì’… àiza ’na nzenna!!!”1 E’ la voce di Carmela che, decisa, invita il marito ad alzare la visiera. Che bella sensazione, quella del capo famiglia. Sorride alla moglie dallo specchio e solleva, di poco, il cappello sul davanti. Rimane ad osservarsi e già si sente un poco meglio. Ancora un controllo e ancora Carmela, più decisa: 

Oi Stacchì: t’ajje ditte àiza… àiza, no!“2

Eustachio tocca la punta massima dell’orgoglio maschile. Si gira verso Carmela, vorrebbe gridarle che è fiero di lei, ma si limita a farlo con un sorriso ed un grosso  respiro di soddisfazione. Solleva la falda del cappello, Indossa la cappa, un ultimo sguardo compiacente alla sua donna e scivola giù, in cucina e, poi, sulla strada.

Carmela è corsa alla finestra. La apre, si sporge di poco poggiando braccia e seno sul davanzale. Stacchìlle cammina deciso e gli fa piacere immaginare che Carmela, la sua donna, lo stia osservando. Si gira, la vede, le sorride. Lei ricambia, fiera di quel marito. Riprende a camminare Stacchìlle: uno, due, tre passi… e gli arriva il suono della voce di lei: 

Stacchì’?” Lui si gira, sempre compiaciuto. Con lo sguardo la sollecita a parlare. Carmela, con fare dolce e innamorato, lo fissa un poco poi, facendosi intendere senza alzare la voce, indicando il cappello suggerisce anche col gesto: 

Oi, Stacchì’… rabbàssale ’na ’nzegna…!?!”3

Eustachio ha un’esitazione, un attimo di incertezza poi, rassegnato, cala la visiera sulla fronte e s’incammina verso la chiesa. Carmela, dalla finestra, continua ad accompagnare con lo sguardo il suo uomo, soddisfatta per non avergli mentito sulla sua onestà di moglie. 

Un altro San Martino è andato. Per il prossimo c’è da attendere ancora un anno , se Dio vuole, sia fatta, sempre, la Sua volontà!

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