HomeLa RivistaFolklore e dialetti“L’ARMINUTA”: IL CINEMA PARLA ABBRUZZESE

“L’ARMINUTA”: IL CINEMA PARLA ABBRUZZESE

di Daniele Rossi

Un film drammatico che racconta una storia di abbandono e di ritrovamento. Il tutto all’interno di uno spaccato profondo e crudo dell’entroterra abruzzese. “L’Arminuta” è una pellicola diretta da Giuseppe Bonito e tratta dall’omonimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello. 

Il film, che dal 21 ottobre è nelle sale cinematografiche, narra la vicenda di una ragazza di tredici anni, che torna improvvisamente e inconsapevolmente in quella che è la sua vera famiglia. Quella da cui si era separata poco dopo la nascita. Vissuta con la zia all’interno di una famiglia di estrazione sociale elevata, si ritrova a fare i conti con le abitudini e gli stenti di una famiglia povera, in un contesto che racconta l’Abruzzo rurale degli anni Settanta. 

Un’epoca in cui le differenze tra città e campagna erano ancora piuttosto marcate, soprattutto a livello culturale. La nostra “Arminuta”, che letteralmente significa “ritornata”, conosce la sua vera madre (Vanessa Scalera). Un rapporto quello, tra madre e figlia, che si rivela traumatico e logorato da così tanti anni di separazione. La protagonista, interpretata da Sofia Fiore, si trova a fare i conti con una realtà che non avrebbe mai lontanamente immaginato: quella della famiglia patriarcale di un tempo, dove il vertice era rappresentato dal padre di famiglia e la prole era intesa come forza lavoro per i campi. La pellicola mette in luce le differenze sociali e culturali tra la protagonista, vissuta appunto all’interno di una classe sociale elevata e la sorella minore Adriana (Carlotta De Leonardis), nata e cresciuta in quell’ambiente ritrovato. Come dimostra del resto il suo registro dialettale, che rende divertenti alcune scene del film e nel contempo contribuisce all’opera di conservazione del dialetto, inteso come cultura popolare e parte integrante della storia e del folklore abruzzese. Il non rivelare mai il nome della protagonista e di alcuni personaggi chiave, come la madre della ragazza, incarna l’essenza della ricerca dell’incompiuto da parte dell’autrice del romanzo, che si evince anche da un finale che non arriva  ad un completamento vero e proprio. Da una storia ambientata in Abruzzo ci si sarebbe aspettato che le riprese venissero girate nei bellissimi e suggestivi luoghi della stessa regione; dove tra l’altro si sarebbe potuta sfruttare la compresenza di mare e montagna. Invece la scelta della produzione è stata quella di girare la pellicola nel Lazio. Campo Imperatore e la Costa dei Trabocchi possono così attendere. L’abruzzesità è però rispettata dal dialetto e dalle tipicità culinarie che vengono mostrate in fase di preparazione, come le “pallotte cacio e ova”. Ma soprattutto da quelle emozioni e quelle espressioni genuine che sono un vero e proprio marchio di fabbrica. Al di là di tutto, “L’Arminuta” mette in luce il potere dell’educazione. Spesso il suo impatto viene sottovalutato, complice anche una società, quella attuale, dove si registra una forte crisi di quei valori fondanti. E invece l’educazione è un’arma di una potenza inaudita, ancora più forte della genetica e dei legami di sangue. 

Nessun Commento

Inserisci un commento