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IL GIOCO DALLA MAMMA ALLA MAESTRA

 

di Giuseppe Mazzocco

   Il bambino ha fatto i suoi primi passi nell’ambiente domestico e le sue esperienze lo hanno visto al centro di ogni attenzione; ai tre anni ha il suo angolino, i suoi giocattoli ed incomincia a chiedere sempre più spesso di uscire ed imparare a conoscere il mondo.

   È un periodo in cui, se l’educazione famigliare è stata calibrata e conveniente, il bambino non ha paura di niente e le sue azioni non rivelano continuità per un singolo interesse, ma si presentano frammentarie ed in costante mutamento.

   È il periodo della prima vera conoscenza e dei molti perché.

   Il bambino sbaglia continuamente e continuamente impara. È la fase dell’egocentrismo, del puro egoismo, dell’idea del possesso e le sue manifestazioni sono sempre improntate ad una gioia irruenta e rumorosa. Ci vuole poco per farlo ridere, ma ci vuole altrettanto poco per farlo piangere.

   Nel gioco è serio, concentrato ed interessato; passa con facilità da espressioni ludiche, dai dinamismi più esasperati, a fasi di quiete e di osservazione. Corre dietro ai colori, agli stimoli che l’ambiente gli offre e tutto perché trova la possibilità di movimento e l’occasione per sperimentare i suoi sensi; è in questo periodo che all’idea segue l’azione, senza riflessioni, senza i freni della vita interiore, del senso etico e di quello sociale.

   Il cervello, la fantasia, la sensibilità, l’IO vengono stimolati da ogni occasione ed immediatamente il corpo risponde. In questo periodo, nel bambino, è immensa la capacità di stabilire rapporti con il mondo esterno, di comunicarci e di viverlo. È sempre in movimento: azioni spontanee, dalla intensa vitalità, dalla coordinazione rozza, marcata, forte e densa.

   Sono movimenti che esprimono libertà, la voglia di essere senza vincoli in un ambiente che mette ostacoli; realizza gesti che, nella massima autonomia, cercano la conoscenza, il contatto con l’esterno, con quell’esterno che lo assorbe, che lo possiede e che gli stimola la motricità e fa nascere la personale espressione.

   Il fanciullo è preso dall’ambiente e davanti ad esso incomincia ad avere un atteggiamento di chi, non solo, vuol penetrare, conoscere, sezionare, ma vede nell’ambiente un qualcosa che vive con lui e che gioca con lui.

   Giocare, per il bambino, è vivere; giocare con qualche cosa che vuole giocare; giocare con un oggetto indefinito; giocare con stimoli per la fantasia, per la libera creatività, per l’espressione, per la capacità di creare colori, suoni e figure.

   Per l’educatore della prima infanzia, il gioco è il mezzo migliore per rilevare gli spontanei istinti del patrimonio ereditario e le condizionanti influenze che l’ambiente famigliare ha esercitato sull’unità psicofisica che, giocando, ha cercato di imitare. Comunque, è da dire che l’ambiente arriva ad esercitare la sua influenza solo fin dove le tendenze istintive ed ereditarie permettono che si arrivi.

   Dall’ambiente famigliare il bambino esce per entrare in un altro: dalla casa all’asilo, dalla mamma alla maestra. Come reagisce? Da un lato avrà il desiderio di proiettarsi in avanti, di penetrare quel qualcosa di sconosciuto; dall’altro sentirà la mancanza del respiro materno, della protezione ed avrà il desiderio di scappare a casa; di andare a toccare tutte le cose a lui note; di rifugiarsi nel dialogo con il conosciuto; di rispolverare i vecchi giochi.

   È a questo punto che interviene il momento ludico; il gioco viene proposto come realtà di rottura, come elemento che, chiamando il bambino, gli mette davanti un ambiente che è pregno di stimoli, i colori, gli oggetti e le figure del gioco lo incitano, gli fanno mettere da parte l’angolino di casa e tutte quelle realtà familiari che, se fossero recuperate con nostalgia, lo riporterebbero indietro e mettendolo a rischio di chiudersi in sé stesso. Il gioco lo fa passare dalla mamma alla maestra.

   

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