HomeLa RivistaFolklore e dialettiHALLOWEEN  O CARNEVALE?

HALLOWEEN  O CARNEVALE?

Halloween, la notte delle streghe e degli spiriti, di fatto sta lasciando scadere in secondo piano, almeno nei giovanissimi, i nostri Ognissanti e Festa dei defunti, quelle della tradizione cattolica. Precedendoli e accentrando su di sé l’attenzione, si fa fatica dopo un 31 Ottobre ricco di personaggi stranamente mascherati, quasi a divenire orribili per poter essere poco “appetibilii” agli occhi dei morti… si fa fatica dopo il loro scorrazzare, chiassoso, per le vie della città proponendo a tutti il baratto “Trick-or-treat? Give me something good to eat!” (“Dolcetto o scherzetto? Dammi qualcosa di buono da mangiare!”)… diventa meno facile rientrare, poi, nel clima proprio della festa del primo novembre. Un clima particolare davvero, che metteva insieme il raccoglimento antimeridiano, in chiesa, dedicato all’ammirazione e al rispetto dei nostri Santi, di tutti i Santi, evitando di collocarli in gerarchie tra di loro e, nel primo pomeriggio, l’andata processionale al Cimitero. 

Quando Halloween ha cominciato a farsi strada non ci siamo lasciati toccare dall’idea che accoglierlo potesse comportare il rischio di esserne sopraffatti. Si è detto: è una cosa da ragazzi, una specie di mascherata collettiva, un altro carnevale a gruppi. Un’americanata, non più di tanto. Un poco, forse l’abbiamo anche favorito sperando che rendesse meno tristi il pomeriggio di Ognissanti e la giornata dei morti, due momenti proposti all’attenzione di grandi e piccini, per tanto tempo, con il colore pesante del nero e, più di recente, modificato in viola. 

Ci è sembrato, sempre agli inizi, niente più che una brutta copia dei nostri carnevali, quelli che, negli anni cinquanta-sessanta-settanta, si proponevano, anche nei piccoli centri di montagna, come veri spettacoli itineranti di teatro povero, sceneggiate alla buona e genuine che contemplavano canti, balli e sfottò. 

Quei “Carnevali” – i nostri, per intenderci! – erano la valvola di sfogo di tante sofferenze e miserie della vita quotidiana e perciò c’era una grande partecipazione di adulti “buontemponi” e un grandissimo coinvolgimento dei piccoli. Tra i grandi la promiscuità, ancora ritenuta “pericolosa”, era risolta col travestimento dei maschi in femmine, cosa che animava ancor di più la curiosità del pubblico. Non c’erano, nei piccoli centri, i teatri e nemmeno locali grandi, ampi e disponibili, dove poter preparare il tutto. C’erano, però, le botteghe artigiane e tutte si rendevano disponibili, nelle ore serali e notturne, per la preparazione e l’allestimento di singole scene che, una volta assembrate, costituivano il tema della mascherata. 

I lavori per il Carnevale cominciavano, rigorosamente, il 17 gennaio, proprio con la festa di Sant’Antonio Abate e la benedizione degli animali. Durante quella serata, degnamente celebrata e dedicata al protettore degli animali domestici e compagni di lavoro, l’espressione ricorrente sulla bocca di tutti, in Abruzzo, era “Sant’Anduòne: maschere i suone!”, a voler significare che ora, con gli onori al santo, si poteva partire anche con i preparativi per il Carnevale festoso, ricco di maschere e canti e che abbracciava il periodo intercorrente dal 18 gennaio  fino al martedì grasso compreso, il giorno precedente le Ceneri, giornata conclusiva e detta “Carnevale” per eccellenza. 

Quanto lavoro gratis nelle botteghe artigiane! Dal sarto si allestivano i costumi riciclando e riadattando l’esistente e il superfluo, nelle falegnamerie prendevano forma falsi strumenti musicali, armi finte, attrezzistica diversa e, a volte, si dava vita, col contributo di fabbri, elettricisti, carpentieri, manovali ed “estrosti pensatori”, a marchingegni giganteschi rifiniti, poi, come figure altissime, dotate anche di mobilità nella testa, negli occhi, nella bocca, negli arti e azionabili, tutti, dall’interno dall’uomo o dagli uomini che, momentaneamente, li “abitavano”. 

I “suonatori” del posto – cioè chiunque sapesse suonare uno strumento musicale – diventavano, per l’occasione, “musicisti” e concertavano la colonna sonora della rappresentazione che comprendeva pezzi di assolo e di accompagnamento. I “letterati”, quelli che sapevano “leggere e scrivere”, impostavano il canovaccio curando, nel dettaglio e su misura, i diversi, immancabili sfottò per i personaggi più in vista del posto e del momento. 

La cosa bella è che si teneva in considerazione tutto e tutti, ciò che si aveva e quel che si poteva e sapeva fare. “Unicuique suum”, dicevano i latini e il Carnevale di cui parlo era fortemente “inclusivo” e “valorizzante” delle capacità – oggi competenze! – di ciascuno.

Halloween non era e non è il “nostro” Carnevale perché il nostro Carnevale  è festosità, voglia di dimenticare le tristezze di ogni giorno, momento di sana spensieratezza e gioia per tutti. “Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus “! Proprio così: il nostro Carnevale è danza, suoni e canti liberamente espressi e contagianti. E’ una festa di vita e un inno alla vita. 

Il confronto con Halloween? Halloween è ricerca dell’orribile, il nostro Carnevale è voglia d’essere ammirati per un momento e ricordati, magari, per qualche anno! Con Halloween le barriere tra vivi e morti quasi si annullano, col Carnevale si annullano quelle tra ricchi e poveri, tra buoni e cattivi, tra potenti e umili (“Semel in anno licet insanire!” Proprio così: almeno una volta all’anno è permesso fare pazzie, fingersi ciò che non si è!).

Non c’è, dunque, proprio niente che possa avvicinarci, anche se di poco, ad Halloween? Nessun punto di contatto? Credo che, se si vuole, è sempre possibile e opportuno cercare i punti di contatto, ciò che avvicina e non tanto ciò che allontana. Così, pur permanendo dei “distinguo”, c’è qualcosa in comune tra noi e Halloween. 

Intanto c’è la “zucca”. Noi forse non l’abbiamo valorizzata come gli americani, ma da sempre, a Sulmona, siamo coltivatori eccellenti di zucche, di “checocce”, tant’ è che gli abitanti dei paesi limitrofi, a mo’ di sfottò, definiscono i sulmonesi “cucucciare”. Ad essere onesti,  con Halloween sono ricomparse, pomposamente, le grandi zucche e non solo per essere svuotate, incise e illuminate dal di dentro, ma anche per tornare sulle tavolate di privati e ristoranti come specialità alimentare: vellutata di zucca, ravioli alla zucca…(da provare  Quinoa alla zucca con steli di aglio rosso di Sulmona”). 

Un’altra cosa avvicina Halloween e il Carnevale: entrambi segnano un momento, magico e atteso, in cui a dominare sono il gioco, lo scherzo e la finzione, cioè tre caratteristiche proprie dell’infanzia. Non è vergognoso ammettere che in ciascuno di noi non è mai venuta meno la grande voglia di poter tornare ad essere bambini, fosse anche per un giorno all’anno. Halloween e il Carnevale in questo sono alleati: ci offrono l’opportunità di poterlo essere in due giorni all’anno. Che fare? Lasciare libero il “fanciullino” che è in noi e serenamene goderne. 

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