C’è sempre, in ognuno di noi, un desiderio che si ripete e riaccende ogni tanto, come la spia del carburante, momenti di ansia e, come accade con l’accensione della spia del carburante, ci spinge a correre in direzione dI un distributore. Allo stesso modo l’altra spia ci sollecita verso qualcosa che è in noi e che, fino a quel momento, se ne stava cheta e buona. Quasi assopita.

Con l’auto, una volta rifatto il pieno, la spia si spegne, l’ansia si cheta e il viaggio riprende; con l’altra spia, quella che è in noi, si rende necessaria una pausa più lunga, capace di comprendere un percorso in retromarcia, all’indietro nel tempo, e un momento di attenzione per qualcosa di già vissuto.

Si chiama “nostalgia” la spia che s’accende in noi. Non sappiamo quando e perché si accenda, sappiamo, però, che, quando accade, perdiamo la baldanza, ci sentiamo mollicci e, non di rado, torniamo ad avvertire il tepore, umido e salato, di una lacrima che, non trattenuta, torna a solcarci il viso.

Lo strano è che la mano indugia a cancellarla e, quando lo fa, non basta a spegnere il tenue bagliore di certe immagini.

Accade a tutti, a uomini e a donne, a poveri e a ricchi, a padroni e a sudditi; ciò che è diverso, negli uni e negli altri, è il coraggio che si ha nell’ammettere a se stessi che si è capaci di commozione, che si è portatori di sentimenti e che, fra questi, c’è la nostalgia. 

La nostalgia è quel guardare, incantati sullo schermo, il proprio vissuto: un momento di “fermo immagine” e in quel “fermo”, magari rallentato, lasciare che le emozioni vadano senza trattenerle.

Antonio Di Giambattista, poeta dialettale abruzzese  nativo di Altino (CH), con la sua “nostalgia” tradotta in stupendi sonetti, ha dato vita ad una raccolta agile di immagini, personaggi, momenti agro-dolci e colorati, ben corrispondenti al titolo della pubblicazione: “Frutte di fratte”, edito nel 1997. Il dialetto è quello teatino.

V U L E S S E 

                                                                                                                           di  Antonio Di Giambattista

Vulesse arijì ’rrete di tant’anne

fine a ridivintà lu bbardascette

che mastrijave sempre nghe li canne

e si facè, di canne, ’nu fischiette.

E senza ’nu pinziere, senz’affanne,

senza li pene che mo tenghe ’mpette,

senza lu groppe che ni stregne ’n ganne

rijì currenne come ’na sajette.

E scrusce di risate, fischie e strille

arimmischià, felice, a lu cuncerte

che facè tra li ’live li cardille.

Vulesse come allore, a vocc’aperte,

arisintì lu cante di i grille

che si pirdeve ’n ciele, gne ’n’ ufferte.

V O R R E I

Vorrei tornare indietro di diversi anni

fino a ridiventare il ragazzetto

che armeggiava sempre con le canne

e si costruiva, di canne, un fischietto.

Così senza pensieri, senz’affanni,

senza le pene che ora ho nel petto,

senza quel groppo che mi stringe la gola

tornare a correre come una saetta.

E scrosci di risate, fischi e strilli

tornare a mischiarli, felice, al concerto

che facevano i cardellini tra gli ulivi.

Vorrei come allora, a bocca aperta,

risentire il canto dei grilli

che si perdeva nel cielo come un’offerta.

 Antonio DI GIAMBATTISTA, Frutte di fratte, Litografia Brandolini Sambuceto (CH) 1997

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