DOVE VIVONO GLI ODORI?

 

L’autunno, non so perché, per me rimane una stagione ricca di emozioni, di particolari stati d’animo, anche contrapposti e, comunque, legati ai luoghi vissuti e frequentati.

Nei piccoli comuni montani, com’è Villalago, nell’alta Valle del Sagittario, la stagione autunnale si annunciava da subito, oltre che con i tramonti anticipati di sole e l’abbassamento della temperatura, con un crescente darsi da fare per una solerte e improvvisa attività di “vicinato” che investiva tutti e tutti riguardava. 

Tutto iniziava nelle prime mattinate di metà Settembre col rumore, improvviso e prolungato, di qualcosa che precipitava riversandosi sul ciottolato del suolo: un repentino scarico di merce solida. 

La merce erano pezzi di legna segati a misura di camino e stufa, il suolo lo slargo di un vicinato.

Non c’era bisogno di segnali, inviti particolari, preavvisi. In un attimo, al frastuono della legna scaricata, tutto il vicinato era lì e tutti, riempendosi le braccia di pezzi di legna, iniziavano la processione dallo slargo al ripostiglio di famiglia (in genere un fondaco o una stalla). 

Era un lavoro soprattutto da donne e poiché l’attività impegnava  braccia e gambe, durante l’andirivieni si creava, manco a dirlo, un tale ciarlare che riusciva a tacitare anche noi piccoli, in processione con loro col nostro pezzo di legna. 

Dieci ragazzi, dieci viaggi, cento pezzi di legna trasportati!

Non c’erano paghe né paghette per quel vivace via vai perché era solo un prestito di “manodopera” che sarebbe stata resa in occasione del rifornimento delle altre famiglie. C’era, invece, un momento di ristoro a casa della padrona della legna: tutti per assaporare pizza e mortadella, gli adulti anche un buon un bicchier di vino e un caffè. Per i piccoli gassosa e caramelle. 

Lasciando il “lavoro”, le braccia sapevano di legna. Odoravano di faggio, di quercia e, qualche volta, di pino. Assaporavamo quegli odori mentre si faceva vincente quello della mortadella che ci accingevamo a divorare. Nei giochi all’aperto delle sere successive, al primo fumare dei camini, ci veniva spontaneo annusare l’aria e riconoscere, dal fumo, le tracce dell’uno o dell’altro tipo di legna. Gareggiavamo a indovinarli.

Dopo l’infanzia nel paese, l’adolescenza in città, a Sulmona, non disperse né affievolì quegli odori; li lasciò intatti e ne aggiunse degli altri, sempre autunnali. La città non aveva tempi e spazi per la legna; i condomini e le scuole usavano il carbone per le loro caldaie, carbone che, di lì a poco, cedette il posto ad altra tipologia di combustibile di riscaldamento, come il cherosene che fu, per tante famiglie, una grossa risorsa. Nelle passeggiate vespertine e serali non incrociai più aromi di faggio, di quercia, di pino; odori a me ignoti, agro-dolci, segnalavano l’inizio del freddo. 

Muovendoci, con gli amici, per le vie del centro storico, inoltrandoci nei vicoli più interni della Sulmona “agricolacontadina”, l’autunno ci regalava aromi nuovi, gradevoli anch’essi anche se diversi. 

Era un effluvio dolciastro, con piccole punte di acre, che fuoriusciva da finestrelle socchiuse, appena un poco al di sopra del piano stradale, e si spandeva per l’intero vicinato. Dalle stesse finestrelle giungevano il chiacchiericcio di uomini e donne e, qualche volta, anche canti. 

L’odore era quello dell’uva che si faceva mosto, il chiacchiericcio quello degli addetti alla pigiatura dell’uva, uomini e donne, parte di uno stesso parentado o, comunque, amici di lunga data e confinanti di vigneti.

Forse per la diversità degli ambienti di pigiatura, può darsi per la qualità o zona di provenienza delle uve pigiate, noi riuscivamo a cogliere delle sfumature di aroma, sfumature che avremmo, poi, ritrovate nel degustare i vini di quelle cantine. C’erano altri due odori legati all’avvio dell’autunno, odori mai dimenticati. Uno era quello della carta, delle pagine dei testi scolastici. Crescendo nel numero e nei costi, i testi scolastici, pur diversificandosi nella foggia e nei contenuti, una volta entrati a far parte del nostro habitat familiarizzavano con gli odori della casa senza rinunciare ai propri. Li annusavamo quasi per gioco, illudendoci, magari, che con l’odore ci penetrassero anche i contenuti. Ancora oggi riconosco l’odore di ginepro che caratterizzava il vecchio vocabolario di latino, mentre le pagine di critica letteraria “Fubini-Bonora” continuano a profumare di dolce, come le mele d’inverno, stese nei fondaci e un poco aggrinzite. 

Ne manca uno, di odore, quest’anno: quelle delle caldarroste a ridosso del palazzo vescovile, proprio all’ingresso nord-ovest di Sulmona. 

Era il classico profumo delle castagne che arrostiscono smosse a tempo giusto e con sperimentata abilità. A prendersene cura e a regalarci quel profumo invitante era Gaetano, il papà di Fabrizia Di Lorenzo, la ragazza sulmonese vittima della strage di Natale, a Berlino, il 19 dicembre 2016. Son passato di lì proprio ieri sera. Il posto era vuoto; ci ho pensato: ho pensato alle castagne, al papà di Fabrizia, a Fabrizia e il profumo, improvvisamente, mi è tornato. 

L’ho sentito da dentro, sì, da dentro, perché i profumi della vita non svaniscono, stanno dentro di noi. 

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