Homesalute benessereLA CAPACITA’ DI GIOCARE PER IMPARARE: IL BAMBINO FRA NATURA E CULTURA

LA CAPACITA’ DI GIOCARE PER IMPARARE: IL BAMBINO FRA NATURA E CULTURA

Il periodo che va dalla nascita ai primi tre anni è il periodo in cui il bambino è alla mercé dell’ambiente e della famiglia.

   Non ha efficaci sistemi di difesa e non ha le capacità fisico-intellettuali per crearli o adattarli: ha bisogno di tutto; è il cucciolo più indifeso del mondo vivente. Ha un solo modo di comunicare con la realtà che lo circonda: il pianto, con espressioni motorie dettate dalle sue prime necessità.

   La sua istintività è pregna di significato ed è intelligentemente recepita dall’accorto amore materno, che riconosce nel più piccolo gesto una richiesta, un bisogno, un sorriso. La rozza e sfocata motricità viene gradualmente educata ed arricchita di più complessi dinamismi, perché l’espressione motoria è il linguaggio del bambino; è il modo col quale parla con la mamma, con il quale incomincia a guardarsi attorno, a fare le prime esperienze individuali, a sapersi muovere, a divertirsi ed a vivere giocando.

   La capacità di giocare, a livello di animale superiore, è capacità di acquisire nuove esperienze: ma perché possa organizzare i processi pratici della conoscenza, perché possa organizzarsi la vita, il bambino non deve (e non può) avere altre preoccupazioni.

   Per questo l’amore famigliare protegge il piccolo; gli calibra l’alimentazione; si preoccupa della idoneità del suo vestiario; gli assicura la quiete ed il sonno. Lo stimola, poi, al movimento; cerca di creargli i primi interessi perché giri la testa, alzi il braccio o, semplicemente, perché guardi in una direzione. Così si concretizza il primo processo educativo psicofisico.

   Il bambino deve giocare per imparare. Il come, il quando ed il quanto giocare, influiscono in maniera incisiva sull’esperienza e sul modo di vivere il futuro. È essenziale, per questo, che si muova per crescere; è essenziale che si muova per capire; è essenziale che si muova per divertirsi.

   Non essendo legato ad un rigido canovaccio ereditario, su cui ricamare la prima fase della sua vita, ed avendo una infanzia lunga per maturare tutti i suoi meccanismi, morirebbe se non avesse, per tanto tempo, il decisivo aiuto dei genitori. In questo delicato periodo di apprendistato come iniziazione alla vita, il cucciolo dell’uomo acquista il senso dell’umano, che non hanno gli altri cuccioli viventi. 

   La natura, quindi, crea il bambino; l’ambiente gli fornisce le fonti di sopravvivenza; la cultura del suo gruppo etnico lo educa alla vita, alle difficoltà, alla difesa ed alla socialità. Quel bambino partecipa, prima, da spettatore alle dinamiche degli adulti, ai loro culti, alle manifestazioni più significative dell’esistenza, dove impara il rispetto di alcune regole, i fondamenti del rispetto e l’idea del gruppo; dopo, si esercita in propedeutici di vita pratica ed in giochi imitativi e, con l’iniziazione scolastica, entra nel gruppo degli adulti, accettato come uomo alla pari.

   L’ambiente famigliare si preoccupa di educarlo e di agevolare o sollecitare i processi ortogenetici, perché meglio si concretizzi la formazione dell’unità psicofisica individuale.

   Non si può assolutamente accettare il semplicistico ragionamento di chi, per scarso amore o per condannabile incoscienza, lascia a madre natura, artefice del patrimonio genetico e della primaria struttura psicologica, il compito di continuare, in assoluto, a perfezionare, da sola, il bambino, per garantire un’adeguata maturità.  

   La natura fornisce al singolo il patrimonio individuale, irripetibile: la base essenziale perché l’uomo sia; l’ambiente e la società offrono gli apprendimenti attivi, le esperienze socializzanti e maturanti, il bagaglio culturale concreto, perché il bambino diventi uomo. La natura, quindi, per quanto provvida e generosa, non può essere, da sola, deputata a creare la completezza di un uomo; come l’ambiente e la società non potrebbero, da soli, determinarne la struttura posturale. È l’educazione psicomotoria, nel rispetto della natura e della cultura di ogni singolo bambino, il lievito aggregante di tutte le caratteristiche personali, favorendone l’amalgama nello sviluppo della personalità.  

    

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