AIUTARE LA FORTUNA?

 di Enea Di Ianni

Settembre, e spesso buona parte di Ottobre, è stato da sempre il tempo della raccolta  delle pannocchie, un tempo che contemplava più momenti lavorativi prima di arrivare a custodire nei sacchi di iuta il granone (mais), in genere chicchi gialli pur se non mancavano alcunii rossi.

L’Abruzzo montano, soprattutto quello dei piccoli centri, faceva molto affidamento sul prodotto “granturco”. Averne abbastanza voleva dire garantirsi, in famiglia, buone polentate durante la stagione invernale, ma anche disporre di teneri fusti erbosi per poter foraggiare gli animali, di torsi da usare per accendere il fuoco, di fogliame che, una volta selezionato e asciugato (i cosiddetti “spogli” dal latino spolium), consentiva di poter  riempire poveri materassi e poi il granone o granturco o mais utile per umani e animali domestici.

Quel frutto, che da noi arrivava a maturazione quasi per ultimo, andava a ruba tra piccoli e grandi intanto perché era possibile sgranocchiarlo già da subito, arrostito o lessato, e poi perché quei chicchi potevano essere cotti successivamente e utilizzati, appena un poco dolcificati, per festeggiare la comparsa del primo dentino dei bimbi e, al calore dei falò in onore di Sant’Antonio Abate, il 17 di Gennaio, era usanza distribuirli, sempre lessati e con un pizzico di sale, al termine della benedizione degli animali, quasi a festeggiare questi ultimi per essere, in modo diverso, utili e compagni di vita degli umani.

Il valore venale, quello di mercato, di questo prodotto agricolo lo si apprendeva quando arrivavano i venditori ambulanti di castagne, kàki e banane, frutti ”speciali” che non solo incuriosivano, ma accendevano soprattutto il desiderio dei gruppi giovanili, le cosiddette “combriccole” di allora, che si organizzavano per trascorrere momenti di innocente promiscuità gustando quei frutti. Il granturco diventava oggetto di baratto: per un chilogrammo di kàki occorreva un chilo e mezzo di granturco, per uno di castagne due chili, per uno di banane tre chili.

Ovviamente il baratto avveniva all’insaputa delle famiglie: qualcuno prelevava da casa propria, furtivamente, il granturco e lo affidava ad un altro che si preoccupava di consegnarlo ad una terza persona che avrebbe realizzato la permut.

Tutti, poi, si ritrovavano insieme, complici e felici, per la degustazione solitamente pomeridiana. C’erano, poi, da mettere in conto le “polentante”! 

Le polentate di un tempo non erano solo un pasto, una semplice occasione per chetare la fame che pure c’era e non era poca. 

Le polentate erano occasioni di grande festa in famiglia, festa per grandi e piccoli. Intorno ad un grande rettangolo di legno, la “spianatoia,” armati tutti di forchetta ed appetito, un’intera squadra di umani aspettava l’ultimo tocco della padrona di casa per iniziare una gara di degustazione comunitaria e che, ogni volta, si concludeva con soddisfazione di tutti. Era una gara e una festa possibili grazie all’intesa, complice, di due adulti, moglie e marito, che alle dieci del mattino si erano allocati ai lati del grande camino, di fronte ad una capiente pentola nera (“le cuttùre”) che, appesa ad una robusta e fuligginosa catena, cominciava a dare segni di ebollizione. 

A dire il vero la moglie si era data da fare già da molto prima, più o meno dalle sette, preparando l’occorrente per il sugo con la “spuntatura” di maiale, carne suina rigorosamente con osso che andava prima soffritta e poi posta a bollire con la conserva di pomodoro. Alle dieci quel sugo veniva allocato in un angolo del camino  e tenuto in caldo. 

Al primo borbottare dell’acqua all’interno dell’annerito pentolone, il padre di famiglia si tirava su le maniche della camicia, imbracciava il matterello (le cànnele)1 e, tenendosi pronto e in piedi, con le gambe leggermente divaricate, aspettava l’avvio dello spargimento, a mo’ di nevicata gialla, della farina di granturco che la moglie, con abilità tutta femminile, palpeggiava con i polpastrelli delle dita per far sì che finisse in pentola in modo fine.

Moglie e marito comunicavano solo con gli occhi, a cenni, e l’intesa era perfetta: lei spargeva la farina, lui la girava in pentola con movimenti regolari e studiati per evitare la formazione di grumi. Quando, finita la farina, la moglie iniziava ad asciugare la fronte del marito ormai imperlata da sudore continuo, voleva dire che la cottura stava per terminare e l’ultimo tocco spettava a lei che, sollevando il matterello intriso di aderente impasto giallo, valutava come la polenta “filasse” scivolando dal matterello alla pentola. Doveva essere non liquida e solida al punto giusto, proprio un “po’ lenta”. Qualcuno, a voce alta, chiedeva attenzione e subito il capo famiglia staccava la pentola dalla catena del camino e, con passo affrettato, si accostava alla spianatoia e vi faceva cadere sopra la colata, gialla, di polenta che la moglie, rapida, stendeva, con esperta abilità, sulla spianatoia. Poi, con un cucchiaio di legno, disegnava con un solco i bordi del rettangolo giallo affinché non tracimasse il sugo e subito provvedeva, gesto finale e atteso, all’ “incaciata”, l’abbondante nevicata di pecorino grattugiato a mano e, qualche volta, di ricotta salata, stagionata e grattugiata al momento. Un vivace scricchiolio, all’unisono, di sedie e seggiole, poi il silenzio calava su tutto e su tutti, tanta era la fame. Di lato un gatto e un cane, non più nemici, aspettavano, pazienti, che i padroni fossero sazi per ripulire al meglio le ossa del sugo. 

C’erano spesso, in quelle polentate, coppie di giovani che avevano scoperto l’amore grazie. alle pannocchie e al granturco. Tutto era accaduto quando, intorno ad un enorme mucchio di pannocchie, si erano dati da fare, con parenti ed amici, a spogliarle, a liberare il frutto dal fogliame esterno. Presi dal lavoro, gli adulti di casa in quelle occasioni “tolleravano” che i giovani di ambo i sessi potessero lavorare affiancati e, “casualmente”, a coppie. A coppie il lavoro si faceva stranamente piacevole e, presto, spogliare una pannocchia finiva col divenire allegoria di qualcos’altro. Gli sguardi non si tenevano: era un continuo incrociarsi, abbassarsi, sbirciarsi, cercarsi, accendersi. C’era, poi, quasi sempre un nonno bontempone che, forse avvertendo l’elettrizzarsi del clima e desiderando incentivare il ritmo del lavoro, avanzava, improvvisa, una insperata proposta: la coppia che avesse avuto la fortuna di trovare una pannocchia con granturco rosso (una “mazzòcca roscia”), avrebbe dovuto scambiarsi un bacio.

Da quel momento, con eguale velocità e intensità di volontà, giovani e giovinette acceleravano straordinariamente lo spoglio. Il mucchio scemava a vista d’occhio e l’ansia cresceva insieme alla voglia. All’improvviso qualcuno grida “Rossa!” tutto d’un fiato. Era, quasi sempre, una ragazza a sollevarsi dal mucchio agitando il frutto eccezionale mentre  riceveva il plauso e l’approvazione dalle donne presenti. All’impacciato giovine che l’affiancava, arrivava, puntuale, l’incoraggiamento degli uomini ad “osare” accompagnato da un corale “Dai, non ti vergognare. Baciala!”

Malgrado si dica che sia l’uomo il sesso forte, in quell’evento forte per davvero  era la ragazza che, approvata dalle donne, s’avanzava coraggiosamente fino a farsi baciare.

Dopo la prima “mazzòcca roscia”, ne seguiva ancora qualche altra mentre il lavoro, incentivato dalla speranza d’esser fortunati, giungeva a termine.  

Ho impiegato del tempo per capire come mai per trovare la prima “mazzòcca rosce” ci fosse voluto tutto quel tempo e poi, per trovare la seconda, la terza e la quarta, fossero bastati non più di dieci minuti. A chi chiedevo spiegazioni mi rispondeva: 

E’ questione di fortuna…! –

Poi l’ho capito: la fortuna va anche aiutata, proprio come faceva nonno Domenico che sapeva ben custodire le “mazzòcche rosce” per  metterle in gioco, una alla vota, al momento opportuno e nel posto giusto. 

Cioè quando il ritmo del lavoro calava e lì dove l’accoppiata pareva vincente. 

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