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L’erba di casa mia…?

di Enea Di Ianni

La vita si regge su una sequenza di dubbi e su alcune certezze, piccole o grandi che siano. E’ stato sempre più o meno così, anche se il pensiero umano si dà da fare per allargare il terreno del “certo” provando a risolvere qualche dubbio. Una certezza del presente, ma forse anche del passato, è che la qualità della vita di ciascuno di noi dipende anche dall’ambiente in cui viviamo perché

Il verde non è solo un elemento estetico ed ecologico,

  • l’ecosistema naturale è un capitale prezioso,

  • la buona gestione ambientale non può essere un optional o, almeno, non più.

Parlo di cose sicuramente ovvie e che i nostri nonni conoscevano a livello istintivo tant’è che non c’erano interventi comunali a programmare la buona tenuta dei sentieri di campagna, la pulizia delle siepi, la potatura delle piante. Non c’erano neppure i calendari “arcobaleno” relativi alla raccolta  differenziata dei rifiuti e ad “arcobaleno” per meglio significare, visivamente, la tipologia dei rifiuti da accoppiare alla giornata. Non c’era tutto questo non perché non ci fossero, allora, scarti, ma perché quelli che c’erano – e di sicuro meno di oggi! – venivano smaltiti nell’ordinarietà.

Tanti, se combustibili, finivano con l’alimentare il fuoco dei camini e delle stufe domestiche; quelli derivati dal commestibile andavano ad arricchire il basto degli animali di famiglia (polli, conigli, maiali…). Un’altra tipologia diventava concime per i campi. Il vetro era una risorsa da non disperdere, la ferraglia e minuteria varia veniva riservata a rigattieri e raccoglitori ambulanti e specifici che passavano con cadenza più o meno mensile o quindicinale.

Il “Green” di cui si dibatte oggi, al tempo dei nonni, interessava tutti, grandi e piccoli, cittadini e paesani, agricoltori, industriali; imprenditori, produttori, professionisti, venditori e consumatori.  Già allora il verde non era soltanto un colore, uno dei tanti. Era un colore salutare in virtù delle sue essenze e proprietà medicinali; era il colore che rasserenava il cuore e carezzava la vista, una fonte di emozioni difficile a dirsi, ma davvero indispensabili al vivere di tutti. Percorrendo in treno il tragitto Roma-Sulmona, quello che mi colpiva sempre e sempre mi attraeva, soprattutto nel tratto Prezza-Sulmona, erano quei riquadri di coltivazioni così perfettamente geometrici. Visti dall’alto apparivano come una sorta di dama: una scacchiera fatta da riquadri, caselle variopinte nette nelle delimitazioni dei loro perimetri e vivaci nella coloritura. La faceva da padrone il verde nelle sue diverse le sfumature e la vista s’ubriacava di relax senza nulla ingerire. Quelli di cui parlo erano i campi della vallata Peligna, ma non diversamente accadeva in altre località.

Da studente delle scuole superiori il tragitto che mi conduceva a scuola muoveva dall’alta Valle del Sagittario alla Conca Peligna, con destinazione Sulmona. In un percorso di 25 chilometri gli scenari si modificavano a vista: dalle strettoie viarie, ritagliate tra spigolose rocce d’annata graffiate da intemperie secolari e da sudati tentativi dell’uomo per addolcirne la spigolosità, all’infiorata, leggera, della piccola piana di Anversa degli Abruzzi, nel tratto sovrastante le sorgenti di Cavuto e prima di restringersi sotto il gran ponte Sagittario. Da qui, dopo un breve tratto a salire, la strettoia si apriva ai colori di una ricca vegetazione e al tepore della valle Peligna che si annunciava con fiorenti frutteti in gara, sempre, con schiere di pacati uliveti. Paesaggi e clima diversi, è vero, ma tutti impregnati di un “green” che sfumava per tonalità e disegni, furoreggiando comunque.

Appena dopo Bugnara, all’altezza del bivio di Introdacqua, si avvertiva aria di città: altri colori, altri tepori, altri sapori… Si chetava l’ansia da mal d’auto e cominciava quella da mal di scuola. Il verde non finiva: costeggiava, ben curato e a mo’ di prato, la carreggiata stradale, in entrambi i lati, quasi a voler guidare e scortare la nostra “Corriera” e le altre auto in transito.

Sfilavano, correndo, gli alberi intorno a noi, veloci fino a confonderci la vista. Ce n’era di “green”, eccome! C’era il verde e c’era chi se ne curava.

Proprio al bivio di Introdacqua, nello spiazzo triangolare che fungeva da spartitraffico, tenuto a verde naturale e con una datata fontanella in ferro, borbottante e dissetante, era facile incrociare uno degli addetti a quella “cura”. Era un cantoniere, uno “stradino” di quelli che finivano per innamorarsi del proprio lavoro e del verde che curavano. Si chiamava Sabatino e aveva particolarmente a cuore quel triangolo di verde naturale, spontaneo, al quale riversava le attenzioni e le cure del caso: acqua quando occorreva, pulizia e ripulitura, un minimo di vigilanza. Sabatino non si stancava di richiamare chi, con la sana voglia di assaporare una bevuta d’ acqua fresca direttamente dal cannello della fontana, si portava con l’automobile fin sopra quel verde naturale.

  • Signore, le dispiace togliere l’auto dall’aiuola? –

Il tono era garbato, ma deciso. I più si scusavano e ottemperavano all’invito spostando l’auto. Qualcuno, però, aveva tentato di tenergli testa chiedendogli dove fosse mai l’aiuola dal momento   che non si vedeva altro che solo verde. Erba e nient’altro.

Non mi sorprende che non veda l’aiuola ma, mi creda, io ci sto provando tant’è che ho seminato, tra l’erba, anche dei fiorellini che nasceranno e cresceranno se gli daremo il tempo che ci vuole e non parcheggeremo sopra il prato… Anche il grano, signore, prima d’essere spiga, è solo un chicco che nessuno vede, sepolto nel grembo della madre terra…

Poi taceva, Sabatino, ma sapeva che avrebbe inteso il rombo del motore e visto l’auto andar via dall’ “aiuola” che ancora aiuola non era, ma sperava di averla, presto, in fiore.

Agli inizi del duemila quegli uomini in divisa, che non erano guardie, sono scomparsi dalle strade. Agli “stradini” provinciali e dell’ANAS, armati di zappa, pala, piccone, rastrello, falce, falcetto e, forse, di qualche decespugliatore, sono subentrate le “squadre di lavoro” attrezzate di tutto punto e di mezzi meccanici d’avanguardia che avrebbero dovuto consentire maggior resa con minore spesa. Così dicevano e assicuravano i politici provinciali…

Oggi l’aiuola, che Sabatino sognava, è solo una piccola brulla radura sfiorita e rinsecchita; al centro lagrima, appena, la vecchia  sopravvissuta piccola  fontana. Tutt’intorno il verde è vissuto appena il tempo di una fioritura di inizio primavera poi, dimenticato, ha continuato a crescere ingiallendo ed ora, ingiallito, invade i bordi della carreggiata di tante strade, statali e provinciali, annullando la funzione dei paletti catarifrangenti e nascondendo, arrampicandosi, tanta parte della segnaletica verticale.

Eppure lo sappiamo che il “verde”, il “Green” non solo è bello e gradevole, ma è anche utile anche per gli automobilisti perché riposa la vista, diminuisce la monotonia della guida, vivacizza i percorsi, crea buon umore.

Però deve essere “verde” e rimanere “verde” e non giallo arso e arruffato, che dà solo la misura di un abbandono penoso oltre che  porsi come costante pericolo di incendi e facile nascondiglio per rifiuti di qualsivoglia genere e specie.

Il “verde” per essere “Green” ha un urgente bisogno di tanti “Sabatino” capaci davvero, oggi, non solo di parlare, ma di sognare e di credere ai sogni per poi darsi da fare, vigilare affinché si realizzino.

Solo così potrà esserci un prato che può diventare aiuola” e il verde  essere “Green”.

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