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Perché Sanremo era… Sanremo!

La felicità è amore, nient’altro. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita…”              H.Hesse

Avevo 12 anni circa quando, tra le mura grigie della scuola di musica che frequentavo, il docente di sassofono e, a seguire, quello di canto (quest’ultimo di gran lunga più simpatico del precedente) mi prospettarono, di lì a qualche anno, l’ipotesi di proseguire gli studi presso il Conservatorio.

Sembrava essere qualcosa di spaventoso, ma attraente al tempo stesso. Non passò molto tempo che decisi fermamente che mai avrei sposato quell’idea. Perché? Per il fatto che mi avevano iniziato al mondo musicale con un fare di chi obbliga: obbliga allo studio, al conseguimento della perfezione, a perseguire i risultati del “più bravo”!

Unico risultato vero che conseguii fu quello di non lasciarmi condizionare dal loro insegnamento e continuare, invece, a coltivare la passione per la musica secondo una mia visione: quella dell’amore verso la stessa.

Così, proseguii il mio personale percorso nel mondo delle note, con la complicità di mio padre e mia madre che, già a quattro anni, mi avevano fatto esordire su un palcoscenico nella piazza di un paesino, nell’occasione della festa patronale, come piccolo cantante/mascotte del loro gruppo orchestrale. Lì non c’erano obblighi, ma felicità.

Dopo qualche anno iniziai, sempre stimolato dall’ambiente familiare, a seguire il “Festival della canzone italiana”, alias “Sanremo”. Non era semplicemente un interessarsi all’ ascolto di un brano, alle note di una canzone o al prestare attenzione ad un testo; era, piuttosto, un immergersi all’interno di una specie di “rito” a cui la mia famiglia (ma lo era un po’ per tutte le famiglie italiane), puntualmente, non esitava a prender parte. Così la settimana del “Festival” ci vedeva, tutti assorti, di fronte al televisore, lesti nel dare pareri e giudizi sui tanti brani musicali che si succedevano, soffermandoci, di tanto in tanto, anche su questioni tecniche specifiche.

Insomma era una vera occasione/opportunità di educarsi all’amore per l’arte della musica.  Poi, nei giorni a venire, carta stampata e programmi televisivi mettevano in risalto commenti e critiche, il più delle volte sostenuti da addetti ai lavori, gente del mondo musicale, professori del mestiere. Questo per sottolineare la grandezza che spettava all’arte della musica. Non a caso, si succedevano brani con testi ricchi di valore comunicativo, sociale, ma soprattutto con la giusta dose di pudore.

Non me ne vogliano i lettori, liberi di pensare come vogliono, ma chi scrive non vuole affatto apparire noioso o “vecchio” o, ancor peggio, falso moralista; si tratta, invece, di riconoscere il senso dei principi e del comportamento educativo che, proprio attraverso la comunicazione della musica oggi, come sempre, è fonte di insegnamenti. Per non dire, poi, i cantanti che approdavano a “Sanremo”… senza andare troppo indietro nel tempo, Massimo Ranieri, Toto Cutugno, Giorgia,  Ramazzotti, Antonella Ruggiero, ma anche artisti come un Giorgio Faletti che, seppur privo di timbro vocale eccelso, recuperava con testi meravigliosi.

In poche parole, Sanremo era Sanremo per la qualità che manifestava, per la gara che vedeva confrontarsi maestri della musica, i cosiddetti “Big” che, prima di divenir tali, dovevano gareggiare tra le “Giovani proposte” e vincere. Insomma anche qui la conquista del prestigio non era scontata e non toccava tutti; bisognava guadagnarsela sul campo, *magari con una somma di percorsi, sempre canoro-musicali, che, via via, davano la misura del valore dell’aspirante artista. Insomma per essere “Big” occorreva un percorso, una sorta di curricolo nel professionale. Siamo arrivati, nell’ultima stagione, ad una diversa modalità di reclutamento affidata ad un Direttore unico della kermesse, colui che “chiama” scegliendo secondo un suo metro di giudizio che non sembra essere più solo della qualità canora dell’artista, ma piuttosto quello dell’aria che tira dal web.

Abbiamo assistito ad un Sanremo che ha preferito tener conto della spettacolarità dell’esibizione, della stravaganza del loock, della quantità dei download nei social network e ha relegato a margine voce, testo e partiture. Cose  che, fino a ieri, costituivano gli ingredienti principi. 

L’attuale realtà sanremese, invece, ha disperso ogni vecchia “buona” abitudine riuscendo ad appiattire ogni cosa. “Evoluzione!…”, dirà qualcuno. Può essere perché tutto, comunque, evolve; ma evoluzione non è sempre sinonimo di miglioramento. Se poi ci si aggiunge che a tutti è concesso poter fare tutto e diventare famosi, pur scarseggiando in capacità canore o difettando di senso artistico-musicale, allora si è perso totalmente il senso della bellezza del vivere.

Questo perché ci stiamo appiattendo su un “monologo collettivo”, come osserva Gunter Anders.

In termini musicali non c’è più, come un tempo, una diversa e qualitativa esperienza del mondo, poiché sempre più piatto è il mondo della musica che si offre a tutti dai media, così come sempre più identiche sono le performances messe a disposizione per sottolinearlo ed esaltarlo.

Risultato? Una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque altro.

Spostando il discorso nel terreno della musica, è facile comprendere come la tecnologia, insieme ad un numero infinito di programmi televisivi nati per solo scopo commerciale, tendano ormai ad abolire il valore del riconoscimento dell’arte vera nella comunicazione musicale.

…Avevo 12 anni circa quando, “grazie” a quelle mura grigie di quella scuola di canto, oggi vivo l’amore per la musica, insegno canto e non ho mai barattato un sentimento così forte per qualcos’altro, sapendo che per amare bisogna, sì, incoraggiare le proprie qualità, ma avere soprattutto l’accortezza di riconoscere i propri limiti sempre nel rispetto dell’ “Arte”, quella  con la “A” maiuscola!

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