HomeLa RivistaLa febbre di …”crescenza”. Il “marzuolo” o la mascherina?

La febbre di …”crescenza”. Il “marzuolo” o la mascherina?

Febbre di crescenza” chiamavano le mamme il nostro ammalarci nel mese di marzo, quasi sempre in coincidenza con le prime giornate di sole, “caldo” dopo i rigori invernali del lungo e innevato gennaio e il freddo, rigido, del febbraio “corto e amaro” della nostra infanzia.

Nessuno la chiamava “influenza” quella sosta febbricitante che costringeva tanti, soprattutto bambini e ragazzi, a rimanere a letto per due o tre giorni (…Ci pensate? Due o tre giorni senza scuola, senza compiti, senza catechismo…! Due o tre giorni al centro dell’interesse familiare, del parentado e del vicinato, due o tre giorni coccolati come non mai…) e che, al momento del ritorno alla normalità, lasciava stupiti la palese crescita in altezza che tutti, ma proprio tutti, notavano e non la smettevano di ripetercelo con un susseguirsi di “Dio, sei cresciuto!Un po’ palliduccio, ma ti sei davvero allungato… ( aliascresciuto in altezza”)!

Ci si era talmente abituati al fenomeno febbrile che ormai, nel passa parola giornaliero, era di uso comune l’espressione “febbre di crescenza” per definire le febbri marzaiole.

Che fosse o potesse essere “pandemia”, manco a parlarne anche se la prevenzione in quei tempi, a modo suo, ci fu.

Non so come, non so quando, non so da chi, ma ci fu in quegli anni a Villalago, il mio paese, un proliferare di “marzuoli” ( “i merzuòle”) Serviva, il marzuolo, a proteggerci dalla febbre marzolina, quella dei primi gradevoli tepori, del piacevole rimanere esposti al sole di marzo.

Che estrosità quelle mamme nel combinare i colori dei “marzuoli” e, soprattutto, quanto affetto protettivo nelle raccomandazioni. Ogni tanto, giocando, qualche adulto ci frenava nella voglia di fare e strafare poggiando, per qualche momento, il rovescio della mano sulla nostra fronte e rimaneva, fermo, a guardarci. Ci guardava in silenzio, un lungo silenzio che si scioglieva con l’esito orale:

“No, non ce l’hai la febbre. Però calmati, non correre

Quel tocco era, per quei tempi, quello che è il tampone oggi: un controllo improvviso, continuo, operato con semplicità da chi ci voleva bene davvero. A quei controlli a sentenza negativa la nostra riconoscenza andava al “marzuolo”: uno sguardo tra compiacenza e complicità, una fugace e furtiva carezza e… via, di nuovo a giocare.

Oggi mi chiedo: il senso di quel feticcio e di quella fiducia cos’era e su che poggiava la sua forza attrattiva?

Era davvero taumaturgico quel braccialetto di fili di lana, colorati e consunti, lana di seconda e terza mano, al polso per l’intero mese di marzo, giorno e notte?

E quella raccomandazione, a mo’ di consegna, fattaci nel momento dell’allaccio ufficiale del “marzuolo” era necessaria?

Devo confessare che oggi, marzo 2021, ancora oggi ho sul polso sinistro il mio “marzuolo” di lana a tre colori, dono, questa volta, di mia figlia Ada. L’ho indossato pensando che, di certo, male non fa e poi, lo confesso, in questo strano momento di incerte e confuse vicende pandemiche e politiche ho sempre tanta nostalgia della mia infanzia, della semplicità di quella vita e, lo confesso, di tutta la carica positiva che il “marzuolo” di allora mi dava, della sua credibilità.

La forza di quel monile povero, il “marzuolo”, non risiedeva soltanto nel braccialetto di lana intrecciata, ma anche, e soprattutto, sul fatto ch’esso fosse davvero un vincolo con la famiglia, con la nostra gente, col paese, con gli affetti; che avesse l’odore di casa nostra e che potesse ricordarci, a ogni sguardo, furtivo o voluto, che i suoi effetti si sarebbero verificati a patto che avessimo rispettato la consegna.

Rispettare la consegna voleva dire ascoltare le raccomandazioni di chi, con amore e soltanto per amore, ce l’aveva costruito e donato. Ma anche non avere dubbi sull’onestà delle sue intenzioni.

IL MARZUOLO a tutela della salute .

il “marzuolo” era una sorta di braccialetto casereccio realizzato con due, tre (i più benestanti anche quattro o cinque…) fili di lana di colori diversi, intrecciati tra loro, annodati alle due estremità e, poi allocati, al polso di bimbi e bimbe, di ragazzi e ragazze e, più in la nel tempo, anche di giovincelli e giovincelle. C’era poco, allora, nelle case dei più, però non mancavano rimanenze di fili di lana usata, piccoli gomitoli recuperati sfilando una consunta maglia, uno sdrucito gilet, un calzettone sparigliato

Gli adulti sapevano che era difficile che i piccoli potessero rimanere fermi al sole e che, invece, era più facile che essi passassero, repentinamente, dal tepore del sole a giochi e scorribande nelle zone d’ombra spostandosi, così, fisicamente, in spazi contrastanti per temperatura.

  • Ricordati di non rimanere fermo sotto al sole perché se ti ci fermi, e poi vai a giocare dove il sole non c’è, finisce il potere del “marzuolo” e ti ammali!

Il messaggio ce lo andavamo ripetendo tra noi tutte le volte che, in gruppo, ci si organizzava per i giochi:

  • Però senza fermarci al sole!?!

Coralmente eravamo d’accordo, individualmente un po’ meno perché di tepore ce n’era bisogno.

di Enea Di Ianni

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